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la conoscenza è un dannato piacere

virgilio il poeta, il mago

Posted on novembre 6, 2014 in [email protected]@

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Mi ha generato Mantova, il Salento mi ha strappato alla vita, ora Napoli conserva i miei resti; ho cantato pascoli, campi, eroi.

 

Noi conosciamo Virgilio il poeta delle “ Egloghe ”, delle “ Georgiche ” e dell’“ Eneide ”; conosciamo poco Virgilio Mago che ha prodigato alla città diletta fra tutte i miracoli del suo potere magico. Noi siamo ingrati verso colui che esclama:

Illo Virgilium me tempore dulcis alebat

Parthenope…..

eppure molte cose che allettano ed incantano noi moderni e c’incatenano nella indolente ammirazione di questa bella ed oziosa città, molte cose la cronaca attribuisce alla magia di Virgilio. La cronaca è ingenua, semplice ed in buona fede. La cronaca farà sogghignare gli scettici, poiché essi non hanno più la consolazione di sorridere. La cronaca sarà qualificata una sciocchezza – e tira via. Ma l’oscuro traduttore e commentatore della cronaca gode specialmente di queste ingiurie e di questi sogghigni. Sentite dunque quello che la cronaca dice. Virgilio veniva di lontano, dal nord forse, dal cielo certamente; egli era giovane, bello, alto nella persona, eretto nel busto, ma camminava con la testa curva e mormorando certe sue frasi, in un linguaggio strano che niuno poteva comprendere. Egli abitava sulla sponda del mare dove s’incurva il colle di Posillipo, ma errava ogni giorno nelle campagne che menano a Baia ed a Cuma; egli errava per le colline che circondano Parthenope, fissando, nella notte, le lucide stelle e parlando loro il suo singolare linguaggio; egli errava sulle sponde del mare, per la riva Platamonia, tendendo l’orecchio all’armonia delle onde, quasi che elle dicessero a lui solo parole misteriose. Onde fu detto Mago e molti furono i miracoli della sua magia. In allora Parthenope era molestata da una grande quantità di mosche, mosche che si moltiplicavano in così grande numero e davano tanto fastidio, da farne fuggire i tranquilli e felici abitatori. Virgilio, per rimediare a così grave sconcio, fece fare una mosca d’oro, qualmente egli prescrisse – e dopo fatta, le insufflò, con magiche parole, la vita: la quale mosca d’oro se ne andava volando di qua e di là ed ogni mosca vera che incontrava faceva morire. Così in poco tempo furono distrutte tutte le mosche che affliggevano la bella città di Parthenope. Altro miracolo fu questo: le molte paludi che allora si trovavano nella città, erano dannose, e perché i miasmi che esalavano guastavano l’aria producendo febbri, pestilenze ed altre morie, e perché erano infestate da pericolosissime sanguisughe, il cui morso feroce produceva la morte. Fatto un potente scongiuro, Virgilio fece morire le sanguisughe, asciugò le paludi dove sorsero case e giardini e l’aria vi divenne la più pura che mai respirar si potesse. Così, giovandosi del suo potere che era infinito, un giorno egli salì sopra una collina e chiamò alla sua obbedienza i venti ed ordinò al Favonio che spirava nella città nel mese di aprile e col suo caldo soffio abbruciava le piante, i fiori, di mutare direzione: e la flora primaverile crebbe più bella e più rigogliosa. Laggiù nel quartiere che noi moderni chiamiamo Pendino, annidava un formidabile serpente che era lo spavento di ogni uomo avendo già morsicato e strozzato bambini e fanciulle, e quando si mettevano in molti per combatterlo, esso scompariva rapidamente nelle viscere della terra per poi ricomparire più terribile che mai. Chiamato Virgilio in soccorso, egli si avviò tutto solo, ricusando ogni compagnia, al luogo dove s’annidava il mostro e con le sue formule magiche l’ebbe subito domato e morto. Anzi è da notarsi che, sebbene la città fosse eretta sopra un’altra città, nera e malsana, fatta di caverne, sotterranei e cloache, dove potrebbero allignare simili rettili, da quel tempo sinora, mai più ve ne furono.

Un Film Parlato di Manoel de Oliveira (la leggenda del Castel dell’Ovo di Napoli)

Quando un morbo fierissimo invase la razza dei cavalli, Virgilio fece fondere un grande cavallo di bronzo, gli trasfuse il suo magico potere e ogni cavallo condotto a fare tre giri intorno a quello di bronzo, era immancabilmente guarito, non senza molta collera di maniscalchi ed empirici che si vedevano superati e sbugiardati.

Certi pescatori della spiaggia napoletana e propriamente quelli che dimoravano nel punto chiamato in seguito Porta di Massa, andarono a Virgilio, lagnandosi della scarsa pesca che vi facevano e chiedendo a lui un miracolo. Virgilio li volle contentare e in una grossa pietra fece scolpire un piccolo pesce, disse le sue incantagioni e piantata la pietra in quel punto, il mare fruttificò mai sempre di pesci innumerevoli. Virgilio fece mettere sulle porte di Parthenope, verso le vie della Campania, due teste augurali ed incantate, una che rideva e l’altra che piangeva: onde colui che capitava a passare sotto la porta dove la testa rideva ne traeva buon augurio per i suoi affari che sempre riuscivano a bene ed il contrario colui che passava sotto la testa piangente. Fu Virgilio che in poche notti fece eseguire da esseri sovrannaturali la grotta di Pozzuoli, per facilitare il viaggio agli abitanti di quei villaggi che venivano in città; fu Virgilio che, per la sua virtù magica, fece sorgere un orto di erbe salutari per le ferite ed ottime come condimento alle vivande; fu Virgilio che insegnò ai giovani i giuochi delle melarance e delle piastrelle che s’ignoravano; fu Virgilio che di notte incantò le acque sorgive della riva Platamonia e della riva di Pozzuoli, dando loro singolare potenza per guarire ogni specie di malattia; fu Virgilio che applicando certi suoi rimedii e proferendo gli scongiuri, sanò molti e molti ammalati; fu Virgilio che volendo salvare la campagna del suo discepolo Albino, svelò il mistero dell’antro cumano dove i sacerdoti ingannavano il popolo coi responsi falsi, prodotti da una naturale combinazione di suoni. La cronaca soggiunge che Virgilio Mago fu amato, rispettato, idolatrato quasi come un Dio, poiché giammai rivolse la sua magia a scopo cattivo, sibbene sempre a vantaggio della città e dell’uomo. La cronaca non dice quando e dove morisse Virgilio: molti allora credettero alla sua immoralità; qualcuno alla sua morte su quel colle presso Avellino che chiamasi Montevergine, dove s’era ridotto a studiare ed era diventato vecchissimo. Ad ogni modo gli abitanti di Parthenope gli eressero un grande monumento che poi fu distrutto; quello che sorge all’imboccatura della gotta essendo un semplice colombario. Ma non ebbero alcuna sicuranza di fatto il sito e il modo e l’epoca della sua morte.

Ebbene poc’anzi ho errato dicendo che noi non conoscevamo Virgilio Mago. Non vi è che un solo Virgilio: quello che la favolosa cronaca delinea nelle ombre della magia è proprio il poeta. Invero egli non ha avuto che una magia sola: la grandiosa poesia del suo spirito. Nella cronaca è il poeta. Il poeta con le sue lunghe peregrinazioni per quella orrida, bella e straziata campagna che sono i Campi Flegrei, donde egli fantasticava dell’Averno e dello Stige; con le sue lunghe peregrinazioni nella Campania Felice, dove egli ha acquistato quell’amore profondo della natura, l’amore dei campi ubertosi che si stendono all’infinito sotto il sole, dei prati verdeggianti dove pascola quietamente il bove dai grandi occhi nei quali il cielo si riflette, l’amore dei boschi oscuri e silenziosi dove l’anima si calma e s’assopisce nella pace, l’amore dei colli aprichi, dove i liberi venti fanno ondeggiare tutta una coltivazione di fiori; l’amore dell’uccello che canta e vola via, dell’insetto dorato che ronza, della foglia che il turbine si porta, della forte quercia che nulla scuote: quell’amore profondo della natura che è il sentimento più alto del suo poema, che è la magia per cui ancora c’incanta, che è – con una parola troppo moderna, ma vera – la nostalgia del suo cuore che lo fa esclamare… “ fortunatos agricolas ”, che dà alla sua descrizione tanto colore, tanta luce, tanta vita.

È il poeta che cerca ed interroga ogni angolo oscuro della natura; è lui che parla alle stelle tremolanti di raggi nelle notti estive; è lui che ascolta il ritmo del mare, quasi fosse il metro per cui il suo verso scandisce; è il poeta che conosce la virtù dei semplici, è lui che ha scoverte certe leggi naturali, ignote a tutti; è il poeta civile che uccide le bestie, fa rasciugare le paludi e fa sorgere a quel posto palagi e giardini; è il poeta che insegna ai giovani i giuochi dove il corpo si fortifica e l’anima si serena; è lui, sublime fantastico, che stabilisce l’augurio della buona o della mala ventura; è lui che come calamita fortissima attrae a sé l’amore, l’ossequio, il rispetto; è Virgilio poeta. E nulla si sa della sua morte. Come Parthenope, la donna, egli scompare. Il poeta non muore.

MATILDE SERAO – Leggende napoletane

Il Piccolo Sansereno e Il Mistero dell’Uovo di Virgilio

Repetita Latino – Virgilio: le Bucoliche

“Publio Virgilio Marone mantovano fu di modeste origini; il padre, a iore di alcuni, era un vasaio, e di molti altri, era stato da principio bracciante di un Magio araldo e poi, come premio della sua ingegnosità, ne divenne il genero e accrebbe le sue piccole sostanze acquistando un po’ alla vlta terreni boscosi di natura egregia e coltivando api.

“”Nacque al tempo del primo consolato di Cn. Pompeo Magno e di M. Licinio Crasso, il giorno delle Idi di Ottobre [15 ottobre del 70 a. C.] nel pago di Andes, non lontano da Mantova.

“La madre, prossima a generarlo, sognò di aver partorito  una fronda di lauro che a contatto della era prese vigore e subito crebbe in forma di albero maturo, carico di varii pomi e di fiori; e sul fare dell’alba, uscita col marito alla campagna vicina, si appartò dalla strada e in un fossato si liberò del peso materno.

Raccontano che il bambino, venuto alla luce, non vagì e che aveva un viso così mite da offrire sicura speranza in un oroscopo felice. E un altro presagio si aggiunse: un virgulto di pioppo, piantato secondo un’usanza della regione sul luogo del nascimento, crebbe tanto rapidamente da raggiungere in breve gli altri pioppi molto prima piantati, e già fin da allora fu chiamato ‘albero di Virgilio’ e fu anche visitato con speciale devozione dalle donne che, avanti e dopo il parto, si recavano là per promettere e per sciogliere voti.

“Trascorse l’adolescenza in Cremona fino alla vestizione della toga virile, che indossò al compimento del diciassettesimo anno, quando erano consoli per la seconda volta quelli stessi sotto i quali era nato; in quel giorno medesimo avvenne  la morte del poeta Lucrezio.  E Virgilio passò allora da Cremona a Milano e di qui, poco dopo, nell’Urbe.

“Di corporatura e di altezza fu grande, di colorito bruno, dai lineamenti rudi, di salute malferma; soffriva per lo più di stomaco e di gola e di dolori al capo, sputò spesso anche sangue. Fu nel mangiare e nel bere assai parco, incline all’amor dei fanciulli, dei quali dilesse in modo singolare Cebete e Alessandro, che egli, nella seconda egloga delle Bucoliche, appella Alessi, donato a lui da Asinio Pollione: entrambi non rozzi, e Cebete perfino poeta. Corse voce che egli avesse anche usato con Plozia Hieria, ma Asconio Pediano attesta che lei stessa, ormai avanti negli anni, soleva raccontare che Virgilio era stato da Vario medesimo invitato a far uso in comune di lei, ma il poeta rifiutò fermissimamente.

“Quanto al resto della vita, e nel parlare e nel sentire fu così onesto che a Napoli lo chiamavano «il Verginello»; e quando a Roma, dove rarissimamente veniva, era veduto per via, per sottrarsi alla gente che lo seguiva e lo indicava, si nascondeva in qualcuna delle case vicine.

“Non ebbe l’animo di accettare da Augusto i beni confiscati di un condannato all’esilio. Possedete quasi dieci milioni di sesterzi, che gli aveva elargito la liberalità di amici; ebbe in Roma una casa nell’Esquilino, presso gli orti di Mecenate, ma se ne stava quasi sempre lontano e solo, in Campania e in Sicilia.

“Già inoltrato negli anni perse i genitori, e tra essi il padre divenuto cieco e due fratelli germani, Silone adolescente e Flacco adulto, di cui lamenta la morte col nome di Dafni.

“Coltivò, fra gli altri studi, la scienza della natura e specialmente l’astronomia. Sostenne anche una causa davanti ai giudici, una in tutto né più di una volta.  Tramanda infatti Melisso che Virgilio era molto lento nella parlata e quasi pareva un ignorante.

“Offrendo le prime prove poetiche ancora fanciullo, compose un distico contro un ballista maestro di gioco, sepolto sotto un cumulo di pietre a punizione dei suoi latrocinii:

 

“Monte sub hoc lapidum tegitur Ballista sepultus;

nocte die tutum carpe viator iter.

 

“Scrisse quindi Catalepton, Priapei, Epigrammi e Le imprecazioni, e così pure la Ciris e La zanzara, nel ventesimo ano di età [tali opere non è provato che siano di Virgilio]. Della Zanzara l’argomento è questo: un pastore è afflitto dal caldo; essendosi addormentato sotto un albero e appressandosi a lui un serpente, volò una zanzara dalla palude e punse con l’aculeo il pastore proprio là dove si aprono le palpebre; ma quello schiacciò la zanzara e uccise il serpente e costruì un sepolcro alla zanzara e vi incise il distico:

 

“Parve culex, pecudum custos tibi tale merenti

funeris officium vitae pro munere reddit.

 

“Scrisse anche L’Etna, di cui è dubbia l’autenticità.

“Avendo in seguito cominciato a trattare i fatti Romani, impedito dall’argomento si diede a comporre le Bucoliche con l’intento anche di celebrare Asinio Pollione, Alfeno Varo e Cornelio Gallo,i quali nella distribuzione dei campi transpadani, che dopo la vittoria di Filippi venivano divisi tra i vecchi soldati per ordine dei triumviri, gli avrebbero garantito l’indennità.

“Scrisse poi le Georgiche in onore di Mecenate, che al poeta, ancor poco noto, avrebbe portato aiuto contro la violenza di un veterano, dal quale mancò poco che Virgilio non fosse ucciso durante il contraddittorio avvenuto nell’azione giudiziaria per le terre.

“Da ultimo pose mano all’Eneide: opera di argomento vario e solenne e quasi pari ai due poemi di Omero, una fusione di personaggi e di fatti Greci e Latini, e nella quale si contenesse, come fine precipuo, l’origine di Roma e insieme di Augusto.

“Si narra che durante la composizione delle Georgiche soleva dettare quotidianamente molti versi meditati al mattino e per tutto il giorno rielaborandoli ne fissava pochissimi: diceva non assurdamente che egli generava il verso informe al modo di un’orsa e che lambendolo (come l’orsa il feto) finalmente lo formava.

“L’Eneide, prima abbozzata in prosa e distribuita in dodici libri, stabilì di comporla parte per parte, dando di piglio a qualsiasi punto secondo il suo piacimento, senza seguire ordine alcuno; e per non frenare l’ispirazione lasciò passare alcune cose imperfette; altre cose appoggiò su versi incompiuti,, che diceva scherzosamente di porre in luogo di puntelli a sostegno dell’edificio in attesa che arrivassero solide colonne.

“Tre anni impiegò a comporre le Bucoliche, sette le Georgiche, undici l’Eneide.

“Le creazioni delle Bucoliche ottennero tanto successo che venivano declamate e rappresentate in teatro da artisti del canto e della mimica.

Incontro con Maurizio Bettini sulla IV Egloga di Vrigilio.

“Ritornato Augusto dopo la vittoria di Azio e dimorando in Atella per guarire dal mal di gola, Virgilio gli recitò per quattro giorni continui le Georgiche, e Mecenate si avvicendava al poeta nella lettura ogni volta che s’interrompeva per la stanchezza della voce.

“Virgilio declamava infatti in modo soave e con seduzione mirabile. E Seneca c’informa che il poeta Giulio Montano soleva dire che egli avrebbe rubato versi a Virgilio se avesse potuto rubargli anche la voce, la pronunzia e il gesto: gli stessi versi, diceva, suonano bene se pronunziati da lui, senza di lui sono vuoti e muti.

Repetita Latino – Virgilio: l’Eneide

“L’Eneide, appena cominciata, salì tanto alta di fama che Sesto Properzio non esitò a proclamare:

 

“Cedite Romani scriptores, cedite Grai;

nescio quid maius nascitur Iliade.”

 

“Augusto in vero – assente allora per la spedizione Cantabrica – sollecitava Virgilio, con lettere supplichevoli ma anche scherzosamente minacciose, che «gli mandasse – son parole sue – dell’Eneide o un primo abbozzo d’insieme o una parte qualsiasi». A lui tuttavia, molto tempo dopo, e dopo di aver approntata tutta la materia, recitò solamente tre libri, il secondo, il quarto e il sesto; e quest’ultimo con straordinaria passione di Ottavia, la quale, assistendo alla recitazione, si dice che a quei versi intorno a suo figlio «Tu Marcellus eris», venisse meno e a fatica fu rianimata.

“Recitò anche altre volte e dinanzi a pubblico più numeroso, ma di rado e per lo più quei passi su cui aveva dubbî, a sperimentare più che altro il giudizio degli uomini. Si dice che il librario Erote, già in estrema vecchiezza, insieme col suo liberto, soleva riferire che una volta Virgilio completò all’improvviso due versi, incompiuti, mentre recitava. Avendo infatti scritti fino a quel momento soltanto «Misenum Aeolidem», aggiunse: «quo non praestantior alter»; similmente all’emistichio: «aere ciere viros», aggiunse, spinto dal fervore della lettura: «Martemque accendere cantu»; e ordinò immediatamente ad Erote d’inserire nel manoscritto i due versi a quel modo completati.

“Nell’anno cinquantaduesimo di sua vita, con l’intento di dare l’ultima mano all’Eneide, stabilì di recarsi in Grecia e in Asia, per dedicare tre anni continui alla revisione del poema, e darsi poi, pel rimanente dei suoi giorni, solamente alla filosofia.

“Ma all’inizio del viaggio, fattosi in Atene incontro ad Augusto che ritornava a Roma dall’Oriente, e determinato a non dividersi da lui, e anzi a ritornare insieme, mentre visitava la vicina Megara sotto un sole bruciante, fu colto da un malore che andò crescendo durante la non interrotta navigazione, e approdò alquanto aggravato a Brindisi, dove rapidamente morì il giorno XI avanti le calende di Ottobre [21 Settembre del 19 a. C.] sotto il consolato di Cn. Senzio e di Q. Lucrezio.

“Le sue ossa furono trasportate a Napoli e riposte sulla via di Pozzuoli a circa due miglia, in un sepolcro su cui fu inciso il distico da lui stesso dettato:

 

“Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc

Parthenope; cecini pascua rura duces.”

 

“Lasciò eredi del patrimonio il fratello Valerio Proculo nato da altro padre, Augusto della quarta parte, Mecenate della dodicesima, del rimanente L. Vario e Plozio Tucca che dopo la sua morte curarono l’edizione dell’Eneide per decreto di Augusto.

“Su questo fatto rimangono alcuni versi di Suplicio Cartaginese:

 

“Iusserat haec rapidis adoleri carmina flammis

Vergilius, Phrygium quae cecinere ducem.

Tucca vetat variusque; simul tu, maxime Caesar,

non sinis et Latiae consulis historiae.

Infelix gemino cecidit prope Pergamon igni

Et paene est alio Troia cremata rogo.”

 

“Prima di partire dall’Italia, Virgilio aveva detto a Vario che se gli fosse capitato qualche cosa avrebbe dovuto bruciare l’Eneide; Vario rispose che non lo avrebbe mai fatto. E così, vicino a morire, chiese insistentemente gli scrigni: voleva bruciarla egli stesso; ma nessuno glieli portava; e non prese, almeno nominatamente per l’Eneide, nessuna decisione. Lasciò per vero le sue carte a vario e a Tucca sotto la condizione che nulla pubblicassero che non fosse già stato pubblicato da lui stesso.

“Ma, con l’autorità di Augusto, Vario pubblicò gli scritti inediti, solo riveduti esternamente, e lasciò stare com’erano quei versi incompleti: versi che molti poi tentarono d’integrare, senza riuscirvi per la difficoltà: giacché tutti gli emistichi di Virgilio hanno un senso assoluto e perfetto, tranne quello «quam tibi iam Troia» .

“Il grammatico Niso diceva di aver udito dai vecchi che vario mutò l’ordine di due libri, e quello che attualmente è il secondo lo collocò al posto del terzo e che corresse l’inizio del primo libro, togliendo questi versi:

 

“Ille ego qui quondam gracili modulatus avena

carmina et egressus silvis vicina coegi,

ut quamvis avido parerent arva colono,

gratum opus agricolis, at nunc horrentia Martis –

arma virumque cano…”

 

“Denigratori a Virgilio non mancarono mai, e non è meraviglia: non mancarono nemmeno a Omero.

“Diffuse appena le Bucoliche, un certo Numitorio pubblicò (le sue) Anti-bucoliche, insulsissime parodie di due egloghe, la prima delle quali comincia:

 

“Tityre, si toga calda tibi est, quo tegmine fagi?” –

 

“e l’altra:

 

“Dic mihi Damoeta: cuium pecus anne Latinum?

Non. Verum Aegonis nostri sic rure locuntur.”

 

“Un tale, mentre Virgilio recitava le Georgiche, al verso «nudus ara, sere nudus», aggiunse: «habebis frigore febrem».

“Contro l’Eneide c’è un libro di Carvilio Pittore dal titolo La frusta di Enea.

  1. Vipsanio vedeva in lui una creatura introdotta di soppiatto da Mecenate, un duffusore di una nuova forma larvata di cattivo gusto, non gonfia cioè né delicata, ma fatta di parole comuni.

“Erennio raccolse di lui solamente le mende, Perellio Fausto i plagi. Ma gli otto volumi di Q. Ottavio Avito, intitolati Somiglianze, contengono i versi derivati e le fonti da cui sarebbero derivati.

“Asconio Pediano, nel libro che ha scritto contro i denigratori di Virgilio, ammette solamente poche accuse, quelle riguardanti per lo più la materia storica e il fatto d’imitare troppe cose di Omero; ma riferisce che già da questa accusa soleva difendersi lo stesso Virgilio: «Perché non tentano gli stesi furti anche loro?  Capirebbero che veramente è più facile toglier la clava ad Ercole anziché un verso ad Omero». E tuttavia stabilì di partire per correggere e risolvere il tutto a soddisfazione dei malevoli.”

Traduzione Vita di Virgilio di Elio Donato, fatta da Enzio Cetrangolo in Virgilio, tutte le opere (Firenze, Sansoni Editore, 1993, pp. 837-844).

 

Repetita Latino – Virgilio: le Georgiche

L’Eneide con la Gialappa’s Band

ENEIDE – prologo – regia di Franco Rossi, Rai 1971

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