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il realismo socialista

Posted on Marzo 5, 2014 in [email protected]@

maestro

Il realismo socialista fu un movimento artistico e culturale nato nell’Unione Sovietica nel 1934 e poi allargatosi a tutti i paesi socialisti del centro ed est Europa. La funzione principale era quella di avvicinare l’espressione artistica alla cultura delle classi proletarie e celebrare il progresso socialista.
La prima formulazione ufficiale si ebbe al Congresso degli Scrittori e degli Artisti Sovietici a Mosca nel 1934, ad opera di Maksim Gor’kij. Questi dichiarò che l’opera d’arte dovesse avere forma realista e contenuto socialista, in accordo con la dottrina marxista/leninista.

Russia – scrittori – Maksim Gorkij di enmigrinta

Con Stalin gli slanci delle avanguardie degli anni Venti vennero gradualmente repressi verso un’arte più assoggettata al conformismo dominante, nella celebrazione del dittatore e degli eroi del passato. Nel cinema mantennero una notevole vena poetica solo alcuni autori

come Boris Barnet (Okraina, 1933) e lo stesso Ejzenstein, che nel film Ivan il Terribile (1944) e nel seguito La congiura dei boiardi svilupparono novità formali.

Sergei Eisenstein’s Ivan the Terrible

Ejzenstein in particolare usò la profondità di campo, che lui chiamava “montaggio dentro l’inquadratura”, tesa a esaltare al massimo i contrasti dentro la singola inquadratura: famosa è la contrapposizione tra il primo piano dello zar e la folla di piccolissimi sudditi sullo sfondo, oppure l’enorme ombra che proietta la figura dello zar, che enfatizzano i significati simbolici quali la distanza tra regnanti e popolo o i risvolti alienanti del potere. Ejzenstein riuscì a soddisfare la committenza ufficiale del ritratto dello zar, che adombrava Stalin stesso, e le sue idee rivoluzionarie, creando un forte contrasto tra il contenuto celebrativo della pellicola e la forma delle inquadrature, che creano invece una figura “disumana, mostruosa, sola e crudele”, verso la quale lo spettatore prova uno spontaneo senso di orrore, nonostante l’ammirazione obbligatoria nella trama del film.

La congiura dei Boiardi – Sergej Ejzenstejn, URSS 1946.

Realismi socialisti. Grande pittura sovietica 1920-1970

La pittura dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche rappresenta certamente l’opera di artisti caratterizzati da elevato grado di formazione, assoluta padronanza del disegno e della composizione, ampia conoscenza del repertorio iconografico classico e orizzonte linguistico figurativo. Un’opera di cui è interessante cogliere la sorprendente evoluzione, per lo più sconosciuta in occidente, ma anche il ruolo, al di là di quello ufficiale di educatori delle masse, di sottili interpreti del contrasto fra realtà e ideale nel mondo del socialismo realizzato.

Il realismo socialista influenzò anche la musica: composizioni ritenute lontane dai canoni erano prontamente bollate come formaliste. Fra i compositori sia Sergej Prokof’ev che Dmitrij Šostakovič furono accusati di formalismo e intellettualismo.

SHOSTAKOVICH Lady Macbeth of Mtsensk

In particolare Šostakovič venne stroncato nel 1936, probabilmente per volere dello stesso Stalin, quando la sua opera Lady Macbeth di Minsk venne aspramente criticata come Caos invece di musica.

Le opere più originali del periodo sovietico vennero, però, da un ambito non legato alla teorizzazione della cultura proletaria, da autori alternativi che si esprimevano al di fuori delle linee dettate dalla ufficialità. Tra questi ne ricordiamo alcuni. Isaak Emmanuilovič Babel con L’armata a cavallo (Einaudi, 2005), romanzo formato da brevi racconti, in cui l’autore, dotato di uno stile originale ed estremamente innovativo, riflette la sua esperienza diretta della guerra. Il romanzo è stato recentemente rappresentato a teatro con grande successo da Moni Ovadia.

L’Armata a cavallo – Storia

Il Maestro e Margherita regia di Bortko.

Bulgakov, con l’originalissimo Il maestro e Margherita, divenuto uno dei libri più letti del Novecento, ambientato nella Mosca degli anni Trenta.

Il maestro e Margherita – Aleksandar Petrovic (1972)

Boris Leonidovič Pasternak, poeta straordinario, passato alla storia con il romanzo Il Dottor Živago, la cui pubblicazione, avvenuta in Italia nel 1957 prima che in Unione Sovietica, gli valse l’assegnazione del premio Nobel.
Tale riconoscimento, tuttavia, fu considerato dal regime un insulto alla Rivoluzione e Pasternak, minacciato di espulsione, fu costretto a rinunciarvi. Il romanzo presenta una trama che si snoda nell’arco di mezzo secolo a cui fanno da sfondo le vicende del medico e poeta Yuri Živago e del suo amore per Lara, vissuto tra gelidi paesaggi innevati. Ma al di là della vicenda amorosa, che ha ispirato l’omonimo film di Lean, nel romanzo sono narrate le complesse vicende della Russia dalla rivoluzione del 1905 fino alla seconda guerra mondiale, in cui emerge la crisi dell’intellettuale dinanzi alla crudeltà della storia.

Aelita (Аэлита) è un film muto del 1924 diretto da Jakov Aleksandrovič Protazanov. Tratto dal romanzo omonimo di Aleksej Nikolaevič Tolstoj, è considerato il primo colossal sovietico di fantascienza.

Vladimir Nabokov: Life and Lolita – BBC Documentary

Lolita

la pedagogia russa e anton s. makarenko

Posted on Ottobre 3, 2012 in scienze [email protected], SKEDE AUTORI

La pedagogia russa e le riforme scolastiche dopo il 1917

La rivoluzione russa fu prevalentemente politica e sociale, linee guida educative socialiste furono stese da pedagogisti e educatori solo successivamente al consolidarsi del regime comunista, a partire dagli spunti ricavabili dalle diverse correnti pedagogiche europee.

Le più apprezzate furono l’educazione libera di Rousseau e la pedagogia scientifica, basata sulle innovazioni portate da Binet e dai suoi test per la misurazione dell’intelligenza infantile. Le posizioni di Rousseau erano gradite dai teorici socialisti in quanto essendo basate sulla spontaneità e sulla creatività individuale, fornivano lo spunto per una linea educativa coerente con la nuova società appena fondata ed era anche una posizione che si proponeva di per se stessa come alternativa rispetto a quella ufficiale e diffusa nei paesi non comunisti. La pedagogia scientifica è invece apprezzata in quanto letta come una modalità per sostituire le idee formative collegate alla religione e più in generale all’etica con dati ricavati dal reale e oggettivamente misurabili. Non bisogna inoltre dimenticare che i marxisti hanno sempre attribuito gran peso alla scientificità quale strada per liberarsi delle sovrastrutture ideologiche proprie della società borghese.

La pedagogia socialista si configura come volta a educare non semplicemente persone ma combattenti che si impegnino a essere costruttori attivi dei nuovi valori promossi dal regime politico marxista. Contemporaneamente c’è una forte spinta verso una ricostruzione dell’educazione, rendendola quanto più possibile tecnica e scientifica.

Le teorizzazioni sopra esposte trovarono pronta applicazione nella riforma scolastica del 1918, poi corretta e perfezionata da una seconda nel 1923.

La riforma del 1918, anche sulla base delle indicazioni di Lenin per “una scuola unica, laica e del lavoro”, vede la nascita della trudovaja skola (la scuola del lavoro) divisa in una scuola di base comprendente cinque gruppi (che corrisponderebbero a 5 “classi”, ma il termine viene volutamente evitato), e in una scuola secondaria di quattro gruppi. Non esiste un coordinamento centrale, ma a ogni scuola è affidata la propria gestione. Più nel dettaglio la scuola quinquennale è retta da un collegio degli insegnanti, mentre quella quadriennale prevede anche dei rappresentanti degli studenti nel Soviet (consiglio). La riforma si basa su una visione della nuova scuola sovietica come scuola umanistica, il cui fine educativo è perseguito tramite l’autoformazione della personalità.

Con la riforma del 1923 le finalità della scuola vengono ridefinite nei termini di una formazione che educhi comunisti-lavoratori. La metodologia didattica che ne segue non si accontenta più dell’autoformazione, che non pare garantire la formazione di autentici comunisti, ma lascia ampio spazio agli ideali legati alla visione marxista del mondo. Si introduce dunque un metodo  dove grande spazio è lasciato all’esplorazione dell’alunno che deve arrivare a coordinare quanto appreso dalla società, dal rapporto con la realtà, attraverso il lavoro.

Anton Semenovyč Makarenko (1888 –  1939) pedagogista ed educatore ucraino.

Il suo pensiero si basa sulla ideologia marxista-leninista presente in Unione Sovietica dopo il 1917, anno della rivoluzione di ottobre. Lo scopo dell’educazione è quello di produrre un buon cittadino comunista.

Essenzialmente lui concepisce la pedagogia non come processo individuale, o volto alla formazione individuale, ma come processo socialeDestinatario della sua educazione non è lo studente ma il collettivo, visto come impegnato in un lavoro produttivo e fortemente ideologizzato in direzione della solidarietà sociale nei confronti della società stessa e dello stato.

In quest’ottica così rigidamente definita, strumento chiave dell’educazione diviene la disciplina, che inizialmente è imposta agli studenti come legge (stabilita quindi dagli educatori), ma che poi, siccome gli ordini non devono essere solo eseguiti ma compresi e interiorizzati, da imposta dall’esterno diventerà gradatamente un autoregolarsi in modo da far coincidere le esigenze individuali con quelle più generali del collettivo. Le sue idee sul collettivo e sulla disciplina costituiscono una forte critica alla pedagogia della spontaneità individuale, dunque all’attivismo pedagogico, così come l’uomo nuovo sovietico è l’antitesi del vecchio individuo borghese.
Lo strumento base a livello metodologico è il collettivo stesso: esso è visto come soggetto a sé nel quale si riassume ogni forma di esperienza educativa del giovane, esso è molto di più della somma degli individui che lo frequentano. Inoltre il termine collettivo fa riferimento a tutta la comunità che lo compone, per cui gli studenti, ma anche i docenti che vi insegnano. Soggetto dell’educazione non è l’uomo singolo ma il collettivo.
La metodologia didattica è basata prevalentemente sulla socializzazione: l’individuo ha, infatti, una sua importanza unicamente come membro del gruppo. Una delle forme di trasmissione di questa “morale sociale” sono le tradizioni, in gran parte ricavate dalla vita militare (per esempio: indossare un’uniforme, il culto della bandiera, l’uso di presentare “rapporti” e via di seguito), alle quali l’autore attribuisce un forte valore formativo.

Non manca ovviamente l’importanza data al lavoro come parte integrante di una formazione completa del giovane. La particolarità della posizione di Makarenko è che per lui il lavoro deve essere visto unicamente in quanto legato alla produzione: il semplice lavoro manuale che ha come scopo l’educazione “formale” del giovane non ha alcun senso per l’autore per il quale un lavoro che non porti alla produzione di un valore (in senso economico) non può avere alcuna ricaduta formativa sul giovane.

Nel collettivo di Poltava, così come nell’esperienza della comune Dzerzinskij, si tentano sperimentazioni di autogoverno (strutturato) e autodisciplina. Così come l’autogoverno non può non essere organizzato, così l’autodisciplina non può non scaturire da una disciplina cosciente, responsabile e motivata. L’educatore chiama il collettivo alla precondizione pedagogica dell’ordine esterno per un’unità dialettica con un ordine interiorizzato. La disciplina condivisa del reale autogoverno è il risultato di questa unità e non è affatto contrapposta alla libertà, intesa in senso marxista e leninista: la libertà sostanziale e non formale non è assenza di legami, è una categoria sociale, una parte del bene comune, la risultante di un comportamento sociale.
Nelle sue comunità la vita comunitaria è divisa tra studio e lavoro. È importante che la scuola sia laica ed aperta a tutti e che insegni una professione agli adolescenti disadattati (besprizornye, letteralmente ragazzi traviati) che accoglie.

Nella comunità di Makarenko i ragazzi dividono la giornata tra lavoro e studio, 4 ore di studio e 4 ore di lavoro produttivo.

Poema pedagogico 1933-1935 Bandiere sulle torri, 1938