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sulla virtù e sulla giustizia, platone

Posted on 27 Febbraio, 2020 in filosofia

           … mentre sedeva tra tutti gli altri, casualmente, 
        gli capitò di ruotare il castone dell’anello verso di sé, 
         all’interno, verso il palmo della mano e, detto fatto, 
         divenne invisibile a quelli che gli sedevano a fianco, 
          i quali parlavano di lui come se se ne fosse andato … 
  PLATONE, PROTAGORA NARRA IL MITO DI PROMETEO 
    
 Nel "Protagora", il noto sofista di Abdera 
illustra la propria tesi col mito di Epimeteo e Prometeo: 
Zeus, per render loro possibile vivere in società, 
ha distribuito aidos (umiltà) e dike (giustizia) 
a tutti gli uomini. Gli uomini hanno bisogno della cultura 
e dell'organizzazione politica perché sono creature 
prive di doti naturali, come artigli, denti e corna, 
immediatamente funzionali ai loro bisogni. 
Tutti partecipano di queste due virtù "politiche". 
Ma esse non vanno viste come connaturate all'uomo,
bensì come qualcosa di sopravvenuto, 
qualcosa che è stato trasmesso in maniera consapevole, 
e non semplicemente attribuito in un processo cieco, 
"epimeteico", del quale si può render conto soltanto 
ex post: per questo è possibile insegnare aidos e dike 
agli uomini, mentre non si può "insegnare" a un toro 
ad avere corna e zoccoli.  
 Ci fu un tempo in cui esistevano gli dei, 
ma non le stirpi mortali. 
Quando giunse anche per queste il momento fatale 
della nascita, gli dei le plasmarono nel cuore della terra, 
mescolando terra, fuoco e tutto ciò che si amalgama 
con terra e fuoco. Quando le stirpi mortali stavano 
per venire alla luce, gli dei ordinarono a Prometeo 
e a Epimeteo di dare con misura e distribuire 
in modo opportuno a ciascuno le facoltà naturali. 
Epimeteo chiese a Prometeo di poter fare da solo 
la distribuzione: "Dopo che avrò distribuito 
- disse - tu controllerai". Così, persuaso Prometeo, 
iniziò a distribuire. Nella distribuzione, 
ad alcuni dava forza senza velocità, 
mentre donava velocità ai più deboli; alcuni forniva di armi, 
mentre per altri, privi di difese naturali, 
escogitava diversi espedienti per la sopravvivenza. 
[321] Ad esempio, agli esseri di piccole dimensioni 
forniva una possibilità di fuga attraverso il volo 
o una dimora sotterranea; a quelli di grandi dimensioni, 
invece, assegnava proprio la grandezza come mezzo di salvezza. 
Secondo questo stesso criterio distribuiva tutto il resto, 
con equilibrio. Escogitava mezzi di salvezza 
in modo tale che nessuna specie potesse estinguersi. 
Procurò agli esseri viventi possibilità di fuga dalle
reciproche minacce e poi escogitò per loro facili 
espedienti contro le intemperie stagionali 
che provengono da Zeus. Li avvolse, infatti, 
di folti peli e di dure pelli, per difenderli 
dal freddo e dal caldo eccessivo. Peli e pelli 
costituivano inoltre una naturale coperta per ciascuno, 
al momento di andare a dormire. Sotto i piedi di alcuni 
mise poi zoccoli, sotto altri unghie e pelli dure 
e prive di sangue. In seguito procurò agli animali 
vari tipi di nutrimento, per alcuni erba, 
per altri frutti degli alberi, per altri radici. 
Alcuni fece in modo che si nutrissero di altri animali: 
concesse loro, però, scarsa prolificità, 
che diede invece in abbondanza alle loro prede, 
offrendo così un mezzo di sopravvivenza alla specie. 
Ma Epimeteo non si rivelò bravo fino in fondo: s
enza accorgersene aveva consumato tutte le facoltà 
per gli esseri privi di ragione. 
Il genere umano era rimasto dunque senza mezzi, 
e lui non sapeva cosa fare. In quel momento giunse Prometeo 
per controllare la distribuzione, e vide gli altri esseri 
viventi forniti di tutto il necessario, 
mentre l’uomo era nudo, scalzo, privo di giaciglio e di armi. 
Intanto era giunto il giorno fatale, 
in cui anche l’uomo doveva venire alla luce. 
Allora Prometeo, non sapendo quale mezzo di salvezza 
procurare all’uomo, rubò a Efesto e ad Atena la perizia tecnica, 
insieme al fuoco - infatti era impossibile per chiunque 
ottenerla o usarla senza fuoco - e li donò all’uomo. 
All’uomo fu concessa in tal modo la perizia tecnica 
necessaria per la vita, ma non la virtù politica. 
[322] Questa si trovava presso Zeus, e a Prometeo 
non era più possibile accedere all’Acropoli, la dimora di Zeus, 
protetta da temibili guardie. Entrò allora di nascosto 
nella casa comune di Atena ed Efesto, 
dove i due lavoravano insieme. Rubò quindi la scienza 
del fuoco di Efesto e la perizia tecnica di Atena
e le donò all’uomo. Da questo dono derivò all’uomo 
abbondanza di risorse per la vita, ma, come si narra, 
in seguito la pena del furto colpì Prometeo, 
per colpa di Epimeteo.  Allorché l’uomo divenne 
partecipe della sorte divina, in primo luogo, 
per la parentela con gli dei, unico fra gli esseri viventi, 
cominciò a credere in loro, e innalzò altari e statue di dei. 
Poi subito, attraverso la tecnica, articolò la voce 
con parole, e inventò case, vestiti, calzari, giacigli 
e l’agricoltura. Con questi mezzi in origine gli uomini 
vivevano sparsi qua e là, non c’erano città; 
perciò erano preda di animali selvatici, 
essendo in tutto più deboli di loro. 
La perizia pratica era di aiuto sufficiente per 
procurarsi il cibo, ma era inadeguata alla lotta 
contro le belve (infatti gli uomini non possedevano 
ancora l’arte politica, che comprende anche quella bellica). 
Cercarono allora di unirsi e di salvarsi costruendo città; 
ogni volta che stavano insieme, però, commettevano 
ingiustizie gli uni contro gli altri, non conoscendo 
ancora la politica; perciò, disperdendosi di nuovo, morivano. 
Zeus dunque, temendo che la nostra specie si estinguesse 
del tutto, inviò Ermes per portare agli uomini rispetto 
e giustizia, affinché fossero fondamenti dell’ordine 
delle città e vincoli d’amicizia. Ermes chiese a Zeus 
in quale modo dovesse distribuire rispetto e giustizia 
agli uomini: «Devo distribuirli come sono state distribuite 
le arti? Per queste, infatti, ci si è regolati così: 
se uno solo conosce la medicina, basta per molti 
che non la conoscono, e questo vale anche 
per gli altri artigiani. Mi devo regolare allo stesso 
modo per rispetto e giustizia, o posso distribuirli a 
tutti gli uomini?« «A tutti - rispose Zeus - e tutti 
ne siano partecipi; infatti non esisterebbero città, 
se pochi fossero partecipi di rispetto e giustizia, 
come succede per le arti. Istituisci inoltre a nome 
mio una legge in base alla quale si uccida, come peste 
della città, chi non sia partecipe di rispetto e giustizia».  
[323] Per questo motivo, Socrate, gli Ateniesi e tutti gli 
altri, quando si discute di architettura o di qualche altra 
attività artigianale, ritengono che spetti a pochi la facoltà 
di dare pareri e non tollerano, come tu dici - naturalmente, 
dico io - se qualche profano vuole intromettersi. 
Quando invece deliberano sulla virtù politica - 
che deve basarsi tutta su giustizia e saggezza - 
ascoltano il parere di chiunque, convinti che tutti 
siano partecipi di questa virtù, altrimenti non ci 
sarebbero città. Questa è la spiegazione, Socrate. 
 Ti dimostro che non ti sto ingannando: eccoti 
un’ulteriore prova di come in realtà gli uomini 
ritengano che la giustizia e gli altri aspetti 
della virtù politica spettino a tutti. 
Si tratta di questo. Riguardo alle altre arti, 
come tu dici, se qualcuno afferma di essere un buon auleta 
o esperto in qualcos'altro e poi dimostri di non esserlo, 
viene deriso e disprezzato; i familiari, accostandosi a lui, 
lo rimproverano come se fosse pazzo. Riguardo alla giustizia, 
invece, e agli altri aspetti della virtù politica, quand’anche 
si sappia che qualcuno è ingiusto, se costui spontaneamente, 
a suo danno, lo ammette pubblicamente, ciò che nell’altra 
situazione ritenevano fosse saggezza - dire la verità - 
in questo caso la considerano una follia: dicono che è 
necessario che tutti diano l’impressione di essere giusti, 
che lo siano o no, e che è pazzo chi non finge di essere giusto. 
Secondo loro è inevitabile che ognuno in qualche modo sia 
partecipe della giustizia, oppure non appartiene al genere umano.  
Dunque gli uomini accettano che chiunque deliberi riguardo 
alla virtù politica, poiché ritengono che ognuno ne sia partecipe. 
Ora tenterò di dimostrarti che essi pensano che questa virtù 
non derivi né dalla natura né dal caso, ma che sia frutto di 
insegnamento e di impegno in colui nel quale sia presente. 
Nessuno disprezza né rimprovera né ammaestra né punisce, 
affinché cambino, coloro che hanno difetti che, 
secondo gli uomini, derivano dalla natura o dal caso. 
Tutti provano compassione verso queste persone: 
chi è così folle da voler punire persone brutte, piccole, 
deboli? Infatti, io credo, si sa che le caratteristiche 
degli uomini derivano dalla natura o dal caso, sia le buone 
qualità, sia i vizi contrari a queste. Se invece qualcuno 
non possiede quelle qualità che si sviluppano negli uomini 
con lo studio, l’esercizio, l’insegnamento, mentre ha i vizi 
opposti, viene biasimato, punito, rimproverato. 
 
 (Platone, Protagora, 320 C - 324 A)
PREPARAZIONE LABORATORIO IN CLASSE
1) Divisione in gruppi
2) Distribuzione dei miti di Platone
3) Argomento: Sulla virtù e sulla giustizia
   Dialogo: Protagora
   Mito di Prometeo, Mito di Gige
4) Preparazione personale del materiale a casa
5) Laboratorio di gruppo in classe:
   Rappresentare il mito in modo creativo attraverso
   foto, video, messa in scena, disegno, costruzioni,
   racconto di fantasia, saggio critico, presentazione digitale … 
6) Lavoro a casa di sistemazione
7) Laboratorio in classe 
   Restituzione dei lavori.
ARGOMENTI DA TRATTARE:
La ricerca sulla virtù p.158,159,160,161,162,163
T10 - L'anello di Gige p.224,225

sul cosmo, platone

Posted on 27 Febbraio, 2020 in filosofia

               … l'origine del mondo e l'isola che non c'è … 
PREPARAZIONE LABORATORIO IN CLASSE
1) Divisione in gruppi
2) Distribuzione dei miti di Platone
3) Argomento: Sul cosmo
   Dialogo: Timeo
   Mito del demiurgo, Mito di Atlantide
4) Preparazione personale del materiale a casa
5) Laboratorio di gruppo in classe:
   Rappresentare il mito in modo creativo attraverso
   foto, video, messa in scena, disegno, costruzioni,
   racconto di fantasia, saggio critico, presentazione digitale … 
6) Lavoro a casa di sistemazione
7) Laboratorio in classe 
   Restituzione dei lavori.

Davanti a quella foce che viene chiamata, come dite, Colonne d’Eracle, c’era un’isola. Tale isola, poi, era più grande della Libia e dell’Asia messe insieme, e a coloro che procedevano da essa si offriva un passaggio alle altre isole, e dalle isole a tutto il continente che stava dalla parte opposta, intorno a quello che è veramente mare. In tempi successivi, però essendosi verificati terribili terremoti e diluvi, nel corso di un giorno e di una notte, tutto il complesso dei vostri guerrieri di colpo sprofondò sotto terra, e l’Isola di Atlantide, allo stesso modo sommersa dal mare, scomparve.

Timeo, Platone
Quando, nei due dialoghi, Platone parla di Atlantide 
asserisce di avere una precisa fonte: un lontano parente, 
il legislatore e poeta Solone (615-535 a.C.). 
Solone aveva navigato in lungo e in largo 
per tutto il Mediterraneo ed in uno dei suoi viaggi 
era approdato in Egitto. 
Preceduto dalla fama di sapiente, 
Solone era stato ricevuto dai sacerdoti della città di Sais 
(l’attuale Sa-el-Hagar) nel delta del Nilo. Stando a Platone, 
Solone invitò gli egizi a parlare di “fatti antichi”, 
i ricordi più lontani nel tempo, 
ed i sacerdoti gli narrarono una storia 
che aveva dell’incredibile.
 Dapprima essi risero nell’ascoltare Solone che, 
risalendo fin alle origini del suo popolo, 
raccontava gli avvenimenti da lui ritenuti più antichi, 
e si rivolsero così nei suoi confronti: 
“Solone, Solone, voi greci siete ancora dei fanciulli“. 
Secondo i sacerdoti la storia risaliva a migliaia 
di anni prima: le loro istituzioni erano state fondate 
almeno ottomila anni addietro e conservavano 
la memoria di eventi ancora anteriori. 
Asserivano che novemila anni prima (cioè nel 9570 a.C.) 
già esisteva la grande città di Atene 
di cui i greci attuali avevano un labile ricordo,
poiché la loro memoria veniva ogni volta 
cancellata a seguito di catastrofi cicliche. 
In quei tempi remoti, Atene era governata 
da una casta di guerrieri che disdegnavano le ricchezze 
e conducevano una vita semplice. 
Gli ateniesi avevano guidato con successo la resistenza 
delle popolazioni europee contro le invasioni 
di un regime tirannico, 
le forze unite dell’impero di Atlantide.
 Atlantide era un “continente isola” situato ad occidente, 
oltre le colonne d’Ercole (lo stretto di Gibilterra), 
governato da una coalizione di sovrani 
che discendevano da Poseidone, il dio del mare. 
Il re dei re apparteneva alla progenie 
del figlio maggiore di Poseidone, Atlante, 
che diede il nome sia all’isola 
sia all’oceano che la circondava. 
Un tempo i discendenti di Atlantide 
erano semidei dal cuore puro, ma, col passare del tempo, 
il sangue divino si dissolse 
ed essi diventarono corrotti ed avidi. 
Nonostante fossero al comando di un già vasto impero, 
i cui confini si estendevano dall’Italia centrale all’Egitto, 
decisero di assoggettare anche il resto del mondo 
che si affacciava sul Mediterraneo. 
Invasero altri territori finché incontrarono 
la resistenza degli elleni che, 
per quanto abbandonati dai loro alleati, 
riuscirono a respingerli.
 Mentre la guerra volgeva al termine, 
gli dei tennero concilio e decisero di punire 
l’orgoglio smisurato degli atlantidei. 
“Seguirono terremoti ed inondazioni 
di straordinaria violenza e 
nello spazio di un giorno e di una notte tremenda 
l’isola di Atlantide scomparve assorbita dal mare“. 
Durante quella stessa catastrofe, l’esercito ateniese, 
che ancora era in guerra, sprofondò nelle viscere della terra.
 Nel Crizia, Platone descrive dettagliatamente 
la società di Atlantide. L’isola era un vero paradiso, 
benedetto da ogni sorta di ricchezze: 
acque limpide a profusione, metalli preziosi, 
una vegetazione lussureggiante 
da cui si poteva ricavare un’infinita gamma di prodotti, 
dal cibo ai profumi, e c’erano svariate specie di animali, 
compresi gli elefanti. 
Se anche fosse mancato qualcosa sull’isola, 
questo veniva importato dall’impero d’oltremare. 
Di conseguenza, i re di Atlantide 
“possedevano enormi ricchezze, 
più di quante furono mai possedute da re e potentati, 
e mai lo saranno“.
 Ciascun sovrano aveva una sua città reale, 
ma la più importante, la capitale, 
era la metropoli governata dai discendenti di Atlante. 
Poseidone stesso l’aveva fondata ed aveva scavato 
una serie di anelli concentrici ricolmi d’acqua per proteggerla. 
I re che gli succedettero si prodigarono 
per abbellirla ulteriormente, 
scavarono un tunnel sotterraneo in corrispondenza 
degli anelli di terra per collegare 
fra loro i canali circolari ed unirli al vicino mare. 
Innalzarono enormi ponti e possenti mura 
attorno ad ogni anello e li rivestirono di metallo: 
quello più esterno luccicava per il bronzo, 
il successivo era di stagno, e quello più interno di orichalcum,
un metallo sconosciuto “che scintillava come il fuoco“. 
Nella parte più esterna della città ubicarono un porto, 
magazzini, caserme, ippodromi, boschetti e templi, 
mentre sull’isola, al centro, 
eressero un complesso di palazzi che era una vera meraviglia. 
Il tempio principale (dedicato a Poseidone e a sua moglie, 
la ninfa Cleito) era ricoperto di argento e di pinnacoli d’oro, 
il tetto era di solido avorio decorato con metalli preziosi. 
Era tre volte più grande del Partenone ad Atene e 
all’interno conteneva immagini dei primi re e regine di Atlantide 
ed una statua d’oro puro di Poseidone, 
che quasi toccava il soffitto: era alta 91 metri.
ARGOMENTI DA TRATTARE:
Il mito del demiurgo p.196,197
T14 - L'origine del mondo p.231