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leibniz

Posted on Febbraio 3, 2020 in filosofia

               …  nihil est in intellectu quod prius 
              non fuerit in sensu nisi intellectus ipse … 
                … l’aleph è il luogo dove si trovano, 
              senza confondersi tutti i luoghi della terra, 
                  visti da tutti gli angoli … Borges
“I coniugi Arnolfini” è il celebre quadro dipinto dal pittore fiammingo Jan Van Eyck nel 1434 , conservato alla National Gallery di Londra.
 Ogni linguaggio è un alfabeto di simboli il cui uso 
presuppone un passato che gli interlocutori condividono: 
come trasmettere agli altri l’infinito Aleph, 
che la mia timorosa memoria a stento abbraccia?… 
D’altronde il problema centrale è insolubile: 
l’enumerazione, sia pure parziale, di un insieme infinito. 
 In quell’istante gigantesco ho visto milioni 
di atti gradevoli e atroci; 
nessuno di essi mi stupì quanto il fatto 
che tutti occupassero lo stesso punto, 
senza sovrapposizione e senza trasparenza. 
Quel che videro i miei occhi fu simultaneo: 
ciò che trascriverò, successivo, perché tale è il linguaggio. 
Qualcosa, tuttavia, annoterò.
 Nelle parte inferiore della scala… 
vidi una piccola sfera cangiante, 
di quasi intollerabile fulgore. 
Dapprima credetti ruotasse; 
poi compresi che quel movimento era un’illusione 
prodotta dai vertiginosi spettacoli che essa racchiudeva. 
Il diametro dell’Aleph sarà stato di due o tre centimetri, 
ma lo spazio cosmico vi era contenuto, 
senza che la vastità ne soffrisse. 
Ogni cosa (il cristallo dello specchio ad esempio) 
era infinite cose, perché io la vedevo distintamente 
da tutti i punti dell’universo. 
 Vidi il popoloso mare, vidi l’alba e la sera, 
vidi le moltitudini d’America, 
vidi un’argentea ragnatela al centro d’una nera piramide, 
vidi un labirinto spezzato (era Londra), 
vidi infiniti occhi vicini che si fissavano in me 
come in uno specchio, 
vidi tutti gli specchi del pianeta e nessuno mi riflettè, 
vidi in un cortile interno di via Sorel 
le stesse mattonelle che trent’anni prima 
avevo viste nell’andito di una casa di via Fray Bentos, 
vidi grappoli, neve, tabacco, vene di metallo, 
vapor d’acqua, vidi convessi deserti equatoriali e 
ciascuno dei loro granelli di sabbia, 
vidi ad Inverness una donna 
che non dimenticherò mai, vidi la violenta chioma, 
l’altero corpo, vidi un tumore nel petto, 
vidi un cerchio di terra secca in un sentiero, 
dove prima era un albero, 
vidi in una casa di via Androguè 
un esemplare della prima versione di Plinio, 
quella di Philemon Holland, 
vidi contemporaneamente ogni lettera di ogni pagina 
(bambino, solevo meravigliarmi del fatto che 
le lettere di un volume chiuso non si mescolassero 
e perdessero durante la notte), 
vidi insieme il giorno e la notte di quel giorno, 
vidi un tramonto a Quèretaro che sembrava riflettere 
il colore di una rosa nel Bengala, 
vidi la mia stanza da letto vuota, 
vidi in un gabinetto di Alkmaar un globo terracqueo 
posto tra due specchi che lo moltiplicano senza fine, 
vidi cavalli dalla criniera al vento, 
su una spiaggia del Mar Caspio all’alba, 
vidi la delicata ossatura d’una mano, 
vidi i sopravvissuti a una battaglia 
in atto di mandare cartoline, 
vidi in una vetrina di Mirzapur un mazzo di carte spagnolo, 
vidi le ombre oblique di alcune felci sul pavimento 
di una serra, vidi tigri, stantuffi, bisonti,
mareggiate ed eserciti, 
vidi tutte le formiche che esistono sulla terra, 
vidi un astrolabio persiano, 
vidi in un cassetto della scrivania 
(e la calligrafia mi fece tremare) 
lettere impudiche, incredibili, precise, 
che Beatriz aveva diretto a Carlos Argentino, 
vidi un’adorata tomba alla Cacharita, 
vidi il resto atroce di quanto deliziosamente 
era stata Beatriz Viterbo, 
vidi la circolazione del mio oscuro sangue, 
vidi il meccanismo dell’amore e la modificazione della morte, 
vidi l’Aleph, da tutti i punti, vidi nell’Aleph 
la terra e nella terra di nuovo l’Aleph 
e nell’Aleph la terra, vidi il mio volto e le mie viscere, 
vidi il tuo volto, e provai vertigine e piansi, 
perchè i miei occhi avevano visto l’oggetto segreto e supposto, 
il cui nome usurpano gli uomini, 
ma che nessun uomo ha contemplato: l’inconcepibile universo. 
Borges
                 … specchio vivente perpetuo dell’universo … 
   Ogni essente è in relazione a ogni altro essente… 
Essere in relazione a ogni altro essente 
è includerlo come altro…, 
nel suo non essere ciò da cui è incluso e con cui è in relazione. 
Un essente può quindi includere, come negato, 
un altro (e ogni altro) essente, 
nel senso che include un aspetto di ogni altro essente… 
Un essente non può includere in sé gli altri essenti, 
ma può e anzi è necessario che includa il loro aspetto, 
la traccia che ognuno lascia negli altri. 
E… la traccia rinvia a ciò di cui essa è traccia… 
Queste foglie che appaiono dietro il vetro della finestra 
sono in relazione a ogni altro essente e quindi esse, 
come tali, includono in sé, in un modo specifico, 
ogni altro essente: lo includono non nel senso che esse siano, 
in quanto tali, il proprio altro o siano 
la totalità di cui l’altro è parte, ma lo includono, appunto, 
come altro, e di esso includono un aspetto finito: 
sì che in queste foglie sono inclusi – nel senso indicato – 
il cielo e il sole e le più lontane galassie, 
e quelle che la volontà interpretante pone come 
le opere dei mortali sulla terra e i loro pensieri 
e impulsi più reconditi; 
ed è dunque inclusa la totalità dei contenuti 
degli altri cerchi dell’apparire… 
E tutto questo è incluso – nel senso indicato – 
anche dal rumore della pioggia, 
nel ricordo del bel tempo di ieri, 
e innanzitutto nella totalità degli essenti 
che appare nel cerchio originario dell’apparire 
che è l’ambito in cui appaiono queste foglie, 
il rumore della pioggia, 
il ricordo del bel tempo di ieri e ogni altro essente che appare. 
E tutti gli essenti sono inclusi in modo diverso nelle foglie, 
nel rumore della pioggia, nel ricordo… 
E nella pioggia che ora si fa sentire 
appare anche la traccia dei contenuti 
degli infiniti altri cerchi dell’apparire… 
Anche in ogni altro cerchio appare la traccia 
di tutto ciò che è altro dal contenuto 
che appare in tale cerchio e quindi appare 
la traccia di tutti gli altri cerchi. 
Nell’apparire della parte più irrilevante del Tutto appare 
l’infinità delle tracce di ogni altro essente. 
Emanuele Severino La Gloria, pp221-224