Comincia il libro chiamato Decameron, cognominato Prencipe Galeotto, nel quale si contengono cento novelle in dieci dì dette da sette donne e da tre giovani uomini.

(G. Boccaccio, Decamerone, incipit proemio)

“Il sogno del’allievo di Giotto” tratto dal Decameron di Pasolini.

Geniale e divertente.
Con l’ironia e la satira che lo contraddistingue, oltre a una conoscenza magistrale della storia del teatro, della cultura letteraria e storica, che gli permette di parlare e intrattenere, diffondendo conoscenza, approfondimento e spettacolo, con grande maestria e arte del narrare, Dario Fo ci fa conoscere Boccaccio e una storia del tardo medioevo, periodo Dantesco, ben diversa da quella che viene comunemente insegnata a scuola.
Nell’introdurci alla storia e alle caratteristiche artistiche del Boccaccio, il nobel nazionale, ci rivela anche l’essere umano che sta dietro all’artista e ne mette a nudo vizi, limiti e virtù. Chiude infine con un grande insegnamento che va al di là del tempo e delle capacità dei soggetti relativo a: il coraggio di dire la verità.

A Firenze, mentre la peste nera continua a mietere vittime, il perfido Gerbino de la Ratta cerca di trarre vantaggio dalla morte dei genitori di Pampinea Anastagi per portarla all’altare e farla sua sebbene sia già stata promessa in sposa al conte Dzerzhinsky. Decisa a tener fede alla parola data al padre, la giovane spedisce un gruppo di amici alla villa di campagna dove verranno celebrate le nozze e a insaputa di tutti si rifugia in un convento per preservare la verginità in attesa dello sposo in arrivo dalla Russia. Pampinea però non sa che nello stesso convento è nascosto anche Lorenzo de Lamberti, fuggito dalla spada di de la Ratta e celato dietro il silenzio, la sordità e le vesti di giardiniere tuttofare e latin lover.
Ispiratosi liberamente al Decameron di Boccaccio, David Leland mescola sacro e profano, XIV secolo e Nuovo Millennio per mettere in scena una commedia (sexy) in costume vagamente sboccata e alquanto anacronistica. L’effetto ricreato dagli abiti di Roberto Cavalli, che ha prodotto il film insieme a Martha e Dino De Laurentiis, sommato a quello della musica rock utilizzata nella colonna sonora riporta alla memoria quanto già fatto da Jake Scott in Plunkett & Macleane, ma gli acerbi dialoghi e il leitmotiv a sfondo sessuale ottengono tutt’altro risultato.
Decameron Pie (mai titolo italiano era stato tanto calzante) affronta infatti con audacia il modello della farsa giovanilistica riportata al successo da Paul Weitz nel 1999 e, dimentico del conciso sottotitolo – Il primo assaggio non si scorda mai – prova a bissarne la leggerezza e la volgarità fallendo nel tentativo di replicarne irriverenza e comicità.
Se gli adolescenti dall’ormone impazzito avranno di che sollazzarsi con la visione di nudi, tra i quali quello della Canalis, le fanciulle dall’animo romantico troveranno nel casto bacio tra Lorenzo e Pampinea un motivo per proseguire la visione del film nonostante qualche caduta di stile.
Alla fine, quello che rimane del capolavoro di Boccaccio è solo la premessa: “Bocca baciata non perde ventura, anzi rinnuova come fa la luna”.