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la pedagogia russa e anton s. makarenko

Posted on Ottobre 3, 2012 in scienze [email protected], SKEDE AUTORI

La pedagogia russa e le riforme scolastiche dopo il 1917

La rivoluzione russa fu prevalentemente politica e sociale, linee guida educative socialiste furono stese da pedagogisti e educatori solo successivamente al consolidarsi del regime comunista, a partire dagli spunti ricavabili dalle diverse correnti pedagogiche europee.

Le più apprezzate furono l’educazione libera di Rousseau e la pedagogia scientifica, basata sulle innovazioni portate da Binet e dai suoi test per la misurazione dell’intelligenza infantile. Le posizioni di Rousseau erano gradite dai teorici socialisti in quanto essendo basate sulla spontaneità e sulla creatività individuale, fornivano lo spunto per una linea educativa coerente con la nuova società appena fondata ed era anche una posizione che si proponeva di per se stessa come alternativa rispetto a quella ufficiale e diffusa nei paesi non comunisti. La pedagogia scientifica è invece apprezzata in quanto letta come una modalità per sostituire le idee formative collegate alla religione e più in generale all’etica con dati ricavati dal reale e oggettivamente misurabili. Non bisogna inoltre dimenticare che i marxisti hanno sempre attribuito gran peso alla scientificità quale strada per liberarsi delle sovrastrutture ideologiche proprie della società borghese.

La pedagogia socialista si configura come volta a educare non semplicemente persone ma combattenti che si impegnino a essere costruttori attivi dei nuovi valori promossi dal regime politico marxista. Contemporaneamente c’è una forte spinta verso una ricostruzione dell’educazione, rendendola quanto più possibile tecnica e scientifica.

Le teorizzazioni sopra esposte trovarono pronta applicazione nella riforma scolastica del 1918, poi corretta e perfezionata da una seconda nel 1923.

La riforma del 1918, anche sulla base delle indicazioni di Lenin per “una scuola unica, laica e del lavoro”, vede la nascita della trudovaja skola (la scuola del lavoro) divisa in una scuola di base comprendente cinque gruppi (che corrisponderebbero a 5 “classi”, ma il termine viene volutamente evitato), e in una scuola secondaria di quattro gruppi. Non esiste un coordinamento centrale, ma a ogni scuola è affidata la propria gestione. Più nel dettaglio la scuola quinquennale è retta da un collegio degli insegnanti, mentre quella quadriennale prevede anche dei rappresentanti degli studenti nel Soviet (consiglio). La riforma si basa su una visione della nuova scuola sovietica come scuola umanistica, il cui fine educativo è perseguito tramite l’autoformazione della personalità.

Con la riforma del 1923 le finalità della scuola vengono ridefinite nei termini di una formazione che educhi comunisti-lavoratori. La metodologia didattica che ne segue non si accontenta più dell’autoformazione, che non pare garantire la formazione di autentici comunisti, ma lascia ampio spazio agli ideali legati alla visione marxista del mondo. Si introduce dunque un metodo  dove grande spazio è lasciato all’esplorazione dell’alunno che deve arrivare a coordinare quanto appreso dalla società, dal rapporto con la realtà, attraverso il lavoro.

Anton Semenovyč Makarenko (1888 –  1939) pedagogista ed educatore ucraino.

Il suo pensiero si basa sulla ideologia marxista-leninista presente in Unione Sovietica dopo il 1917, anno della rivoluzione di ottobre. Lo scopo dell’educazione è quello di produrre un buon cittadino comunista.

Essenzialmente lui concepisce la pedagogia non come processo individuale, o volto alla formazione individuale, ma come processo socialeDestinatario della sua educazione non è lo studente ma il collettivo, visto come impegnato in un lavoro produttivo e fortemente ideologizzato in direzione della solidarietà sociale nei confronti della società stessa e dello stato.

In quest’ottica così rigidamente definita, strumento chiave dell’educazione diviene la disciplina, che inizialmente è imposta agli studenti come legge (stabilita quindi dagli educatori), ma che poi, siccome gli ordini non devono essere solo eseguiti ma compresi e interiorizzati, da imposta dall’esterno diventerà gradatamente un autoregolarsi in modo da far coincidere le esigenze individuali con quelle più generali del collettivo. Le sue idee sul collettivo e sulla disciplina costituiscono una forte critica alla pedagogia della spontaneità individuale, dunque all’attivismo pedagogico, così come l’uomo nuovo sovietico è l’antitesi del vecchio individuo borghese.
Lo strumento base a livello metodologico è il collettivo stesso: esso è visto come soggetto a sé nel quale si riassume ogni forma di esperienza educativa del giovane, esso è molto di più della somma degli individui che lo frequentano. Inoltre il termine collettivo fa riferimento a tutta la comunità che lo compone, per cui gli studenti, ma anche i docenti che vi insegnano. Soggetto dell’educazione non è l’uomo singolo ma il collettivo.
La metodologia didattica è basata prevalentemente sulla socializzazione: l’individuo ha, infatti, una sua importanza unicamente come membro del gruppo. Una delle forme di trasmissione di questa “morale sociale” sono le tradizioni, in gran parte ricavate dalla vita militare (per esempio: indossare un’uniforme, il culto della bandiera, l’uso di presentare “rapporti” e via di seguito), alle quali l’autore attribuisce un forte valore formativo.

Non manca ovviamente l’importanza data al lavoro come parte integrante di una formazione completa del giovane. La particolarità della posizione di Makarenko è che per lui il lavoro deve essere visto unicamente in quanto legato alla produzione: il semplice lavoro manuale che ha come scopo l’educazione “formale” del giovane non ha alcun senso per l’autore per il quale un lavoro che non porti alla produzione di un valore (in senso economico) non può avere alcuna ricaduta formativa sul giovane.

Nel collettivo di Poltava, così come nell’esperienza della comune Dzerzinskij, si tentano sperimentazioni di autogoverno (strutturato) e autodisciplina. Così come l’autogoverno non può non essere organizzato, così l’autodisciplina non può non scaturire da una disciplina cosciente, responsabile e motivata. L’educatore chiama il collettivo alla precondizione pedagogica dell’ordine esterno per un’unità dialettica con un ordine interiorizzato. La disciplina condivisa del reale autogoverno è il risultato di questa unità e non è affatto contrapposta alla libertà, intesa in senso marxista e leninista: la libertà sostanziale e non formale non è assenza di legami, è una categoria sociale, una parte del bene comune, la risultante di un comportamento sociale.
Nelle sue comunità la vita comunitaria è divisa tra studio e lavoro. È importante che la scuola sia laica ed aperta a tutti e che insegni una professione agli adolescenti disadattati (besprizornye, letteralmente ragazzi traviati) che accoglie.

Nella comunità di Makarenko i ragazzi dividono la giornata tra lavoro e studio, 4 ore di studio e 4 ore di lavoro produttivo.

Poema pedagogico 1933-1935 Bandiere sulle torri, 1938

 

anton makarenko: la pedagogia del collettivo

Posted on Ottobre 2, 2012 in scienze [email protected]

 Un uomo solo, per quanto grande, è pur sempre solo. Maksim Gor’kij

Anton Makarenko

Seqüència final de “El camí de la vida” de Nikolai Ekk (1931), És la primera pel•lícula sonora del cinema soviètic. El seu tema és l’experiència de la colònia Gorki, fundada pel pedagog Anton Makarenko al 1921, per la formació en llibertat de joves delinqüents.

Non state educando i figli   soltanto per la vostra gioia di genitori (…) su di loro ricade la responsabilità morale dello sviluppo del futuro cittadino. (…) La vostra attività nella società e nel lavoro deve riflettersi anche nella famiglia; la vostra famiglia deve mostrare il proprio volto politico e civile, e non separarlo dal volto di genitore. Makarenko

Il Tramonto Degli Zar E La Rivoluzione D’ottobre

Gorkij e Lenin si confrontano sulla preparazione della Rivoluzione Russa. Una storia decisiva per il futuro dell’umanità era destinata a rimanera nascosta per molti anni.

La Rivoluzione Russa
La società sovietica è una società di transizione, in cui si sta edificando il socialismo e questa edificazione ha bisogno di una relativa stabilizzazione rivoluzionaria, cioè un passaggio, né troppo graduale né pretenziosamente repentino, da vecchie abitudini consolidate e tradizioni sedimentate nelle mentalità e nelle condotte, a nuovi comportamenti e nuovi modi di pensare. Anche il campo educativo ne è attraversato, anzi, ne deve essere attraversato poderosamente, permettendo il passaggio e ponendo le basi forti di una prassi pedagogica rinnovata e per questo rivoluzionaria, nell’ambito più generale dell’istituzione scolastica e formativa, così come nell’ambito più specificatamente familiare. Dopo la rivoluzione, la società sovietica si organizza intorno a una mobilità sociale dinamica, che rompe con l’immobilità autocratica, si stabiliscono pari opportunità tra uomo e donna e la famiglia si pone essa stessa compiutamente come collettivo, precisamente come cellula collettiva del collettivo sociale più largo. Nel quadro del nuovo stato comunista, dunque, l’uomo sovietico deve inserirsi pienamente nella società, attraverso il lavoro, l’impegno politico e il sostegno delle ideologie socialiste.

L’uomo con la macchina da presa – Dziga Vertov 1929

Lenin

La Corazzata Potëmkin (Sergej Ejzenštejn, 1925)
La scalinata dei bambini violati: dal neonato nella mitica carrozzella che scivola lungo i gradini dopo l’uccisione della propria madre; al bambino colpito dai soldati, che la madre, in segno di estrema protesta, porta in braccio (riecheggiando l’iconografia della Pietà) avanzando contro i militari assassini. Capolavoro assoluto del cinema sovietico e mondiale. Inizialmente previsto come parte di una “pentalogia” di chiara matrice propagandistica, questo film ha strabiliato la critica occidentale per l’elevata qualità tecnica e il suo spessore artistico.

Abbiamo il diritto di essere fieri e di considerarci felici di essere stati i primi ad abbattere in un angolo del globo terrestre questa belva feroce, il capitalismo, che ha inondato il mondo di sangue, e ha portato l’umanità alla fame e all’abbrutimento.

Ottobre è un film del 1927 diretto da Sergej Mikhajlovič Ejzenštejn.

Questo film ci sembra quello in cui Ejzenstejn “esalta” maggiormente l’immagine dell’infanzia. Dal suo abbigliamento possiamo tranquillamente ipotizzare che il ragazzo è un besprizornik. La prima volta che compare sullo schermo, è inquadrato mentre si intrufola tra le gambe di un soldato dell’Armata rossa, il quale se ne sta accovacciato dietro alcune barricate, in attesa del segnale per lanciare l’ultimo attacco alla residenza dello zar. Il besprizornik partecipa, con entusiasmo, a tutte le fasi del combattimento. Alla fine, si ritrova per caso, da solo, nella vasta sala del trono. Dopo un attimo di esitazione, felice e contento, si siede sul seggio dello zar. Intorno al bambino infuriano gli ultimi fuochi della battaglia, e il nuovo potere comunista è trionfalmente proclamato in tutto il mondo: lui, stanco per la battaglia sostenuta, si addormenta (in un gesto tipicamente infantile), sereno e appagato, sullo scanno reale. Questo bambino, intrufolandosi quasi con prepotenza nelle immagini – e attraverso il montaggio, anche tra le immagini – della rappresentazione della rivoluzione (dominata, fino a quel momento dalle figure degli adulti), ne diventa il protagonista assoluto. In qualche modo, qui, Ejzenstejn ci propone la rivincita e l’apoteosi non solo di quel bambino (e di quel tipo di bambino: un besprizornik) ma di tutti i bambini (compresi quelli che il cinema sovietico, come abbiamo visto, aveva variamente mostrato), che sono, come lo stesso regista sembra averci suggerito nei due precedenti film menzionati, inevitabilmente vittime, ma nello stesso tempo vincitori, di ogni rivoluzione. Quasi che Ejzenstejn volesse innalzare questo bambino povero e abbandonato, questo besprizornik, a vero vincitore del vecchio regime zarista, e ad artefice della neonata società comunista.

Dopo l’Ottobre, si aprirono di fronte a me meravigliose prospettive. Noi pedagoghi eravamo allora talmente inebriati da queste prospettive, da essere quasi fuori di noi.

Umberto Curi racconta Karl Marx

La “disciplina cosciente” è una categoria, elaborata secondo il marxismo, politicamente da Lenin e pedagogicamente da Makarenko. Il suo fine educativo è quello di un individuo al servizio della politica e della società comunista. I pensieri individuali e collettivi devono coincidere tra loro. I fini dell’educazione sono sociali.

Eisenstein sperimentò una tecnica che prevedeva l’inserimento di immagini non diegetiche, cioè estranee al testo filmico rappresentato, ma che per la loro capacità di esemplificazione potevano essere associate alle scene. In Sciopero, la repressione della rivolta operaia viene alternata alle immagini di un mattatoio dove avviene lo sgozzamento di un bue.