la guerra in europa

... stabilire una pace duratura è un compito dell'istruzione, tutto quello che i politici possono fare è di tenerci fuori dalla guerra ...
     Maria Montessori
Marina Ovsyannikova, la coraggiosa giornalista che ha mostrato il cartello contro la guerra nella tv nazionale russa.

INTRO

La guerra (non dichiarata) mossa dalla Russia all’Ucraina è il primo evento bellico che investe l’Europa dopo il 1945 e che vede scontrarsi apertamente due blocchi geopolitici e due diversi modelli di società e di governo: quello autocratico facente capo alla Russia di Putin e quello liberal democratico al quale si ispirano, pur con varianti nazionali, tutti i 27 Paesi aderenti alla UE e anche il Regno Unito, al di là della Brexit. Una sorta di monarchia autoritaria se non assolutista da una parte, e un insieme di democrazie dall’altra, che di fronte alla guerra si sono scoperte unite non da vincoli giuridici di tipo federale ma dalla sostanziale condivisione di alcuni principi e valori in materia di libertà individuale, diritto di parola e di stampa, indipendenza della magistratura e pluralismo politico e sociale, da quello sindacale a quello educativo.
Dopo 77 anni di pace – il periodo di pace più lungo nella storia dell’Europa – il ritorno della guerra, con l’impegno diretto della Russia, fa fare all’Europa un salto indietro che secondo alcuni fa regredire i rapporti internazionali addirittura a prima della Prima guerra mondiale, al tempo della Russia autocratica governata dagli zar.
Ciò che più preoccupa è il ritorno di pulsioni nazionaliste, che si coglie con chiarezza nelle giustificazioni date dalla Russia di Putin al suo intervento in Ucraina ma anche, se si allarga lo sguardo a livello planetario, in quelle portate dalla Cina per imporre il suo dominio su Hong Kong. La logica che guida la politica di questi due Paesi-Continente, retti da regimi autocratici e autoritari, è nazionalista o più esattamente, data la vastità dei territori e le molteplici etnie, imperiale.
Quella degli altri due soggetti di dimensioni continentali, gli USA e l’Europa, guidati da regimi liberal-democratici, è invece internazionalista, anche se con Trump gli USA hanno vissuto una stagione neoisolazionista (una tendenza non nuova nella storia di quel Paese), ora superata con il ritorno di Biden alla inclinazione cosmopolitica e atlantica della politica estera americana.
La vera novità delle ultime settimane, da quando Putin ha deciso di invadere l’Ucraina, è la coesione mostrata dall’Europa, che ha agito, dopo averlo in parte fatto anche nella lotta contro il Covid, quasi come uno Stato federale. Ma serve, evidentemente, di più. Forse un’iniziativa eccezionale per cercare di fermare il massacro. Magari un’iniziativa diplomatica – con proposte di compromesso politico pragmatico, a partire da un armistizio immediato – promossa congiuntamente da Unione Europea e Cina, come soggetti "terzi" rispetto alle superpotenze militari e nucleari antagoniste, Russia e Usa? Non va lasciato nulla di intentato.
Di ciò che sta accadendo in Ucraina bisogna parlare a scuola, in primo luogo perché sono gli stessi studenti, di tutte le età, a chiedere ai loro docenti di farlo. Ma anche perché l’analisi degli eventi di questi giorni offre a questi ultimi una importante opportunità didattica, quella di esaminare un evento di evidente portata storica da vicino, quasi dal vivo, in tempo reale, e con un forte coinvolgimento emotivo degli studenti.
La pace, sulla quale tutte le nostre studentesse e i nostri studenti stanno riflettendo in questi giorni, si costruisce con la solidarietà e l’inclusione, ha detto il ministro Bianchi in occasione dell’invio ai direttori degli USR e a tutti i dirigenti scolastici della nota contenente "prime indicazioni e risorse" per l’accoglienza scolastica degli studenti ucraini esuli.
Ma la pace su cui riflettere in Ucraina non c’è: c’è la guerra e ci sono migliaia di morti e feriti, anche russi, e milioni di civili in fuga dalla loro terra, un fatto senza precedenti in Europa. 
"L’Italia ripudia la guerra…", dice l’art. 11 della Costituzione, ma come molti altri Paesi europei sta inviando armi per aiutare gli ucraini a difendersi dall’invasione (armi di difesa, non di offesa, altro tema da spiegare). Le sanzioni economiche contro la Russia sono state decise all’unanimità dai 27 Paesi dell’UE, ma l’UE non è uno Stato federale come gli USA; l’Italia e i molti Paesi europei non autosufficienti sul piano energetico si apprestano a pagare un prezzo salato (già l’aumento vertiginoso della benzina, del gasolio e delle bollette).
Di guerre e di paci è costellata la storia dell’umanità, ma si sperava che dopo la tragica esperienza delle due guerre mondiali novecentesche almeno l’Europa sarebbe stata al riparo da nuove guerre. Lo è stata per 77 anni, superando passaggi rischiosi come la caduta del muro di Berlino e la riunificazione della Germania ma il sogno neo-kantiano di una pace perpetua si è rivelato, appunto, un sogno. Bisogna capire e spiegare perché, sperando intanto che le misure prese dall’Occidente per costringere la Russia a un compromesso rispettoso dell’indipendenza e della libertà dell’Ucraina si rivelino efficaci.
In tal caso, sempre che non intervengano novità di rilievo nella leadership della Russia, è probabile che sull’Europa cali una nuova Cortina di ferro, un po’ più a oriente di quella del 1945, che dividerà le liberal-democrazie della sua parte occidentale dall’autocrazia autoritaria del nuovo Impero post-sovietico. O neo-zarista? fonte:Tuttoscuolanews

BAGAGLIO

* Heidegger
* René Guénon e Julius Evola
* La società aperta e i suoi nemici di Karl Popper
* Carl Schmitt 
* Alain de Benoist è uno scrittore, filosofo e giornalista francese, fondatore del movimento culturale denominato Nouvelle Droite
* Nick Land è un filosofo, scrittore e blogger britannico. È noto come il "padre dell'accelerazionismo". Attacca la democrazia liberale sviluppando nei suoi ultimi lavori idee anti-egualitarie e anti-democratiche facendo uso delle nozioni di neoreaction) e di Dark Enlightenment

STRUMENTI

* Illuminismo adesso. In difesa della ragione, della scienza, dell'umanesimo e del progresso di Steven Pinker 
* La Russia di Putin di Anna Politkovskaja
* Limonov di Emmanuel Carrère

DESCRIZIONE

PUTIN ATTRAVERSO …

IL FILM

IL TESTO

L’Europa occidentale è decadente, perde tutta l’identità e questa non è la conseguenza di processi naturali, ma ideologici. Le élite liberal vogliono che l’Europa perda la propria identità, con la politica dell’immigrazione e del gender. (…) L’Europa sarà sempre più contraddittoria, sempre più idiota. I russi devono salvare l’Europa dalle élite liberal che la stanno distruggendo (…). I paesi vicini alla Russia erano costruzioni artificiali dopo il crollo dell’Unione sovietica e non esistevano prima del comunismo. Sono il risultato del crollo comunista. Erano invece parte di una civiltà euroasiatica e dell’impero russo prerivoluzionario. Non c’è aggressione di Putin, ma restaurazione di una civiltà russa che si era dissolta. (Aleksandr Dugin, intervista rilasciata a Giulio Meotti, il Foglio – 2 marzo 2017).

Questa non è una guerra con l’Ucraina. È un confronto con il globalismo come fenomeno planetario integrale. È un confronto a tutti i livelli, geopolitico e ideologico. La Russia rifiuta tutto nel globalismo, unipolarismo, atlantismo, da un lato e liberalismo, anti-tradizione, tecnocrazia, Grande Reset, in una parola, dall’altro. È chiaro che tutti i leader europei fanno parte dell’élite liberale atlantista. E noi siamo in guerra esattamente con questo
(Aleksandr Dugin, Agenzia Stampa Italia, 4 marzo 2022).

Un’altra persona alla quale il discorso di Putin suonava familiare era Dugin. Ci si riconosceva. Erano da poco trascorsi cinque anni, da quando Dugin aveva dichiarato il suo proposito di diventare la guida ideologica del paese, e adesso quel proposito si stava avverando: Putin adoperava le parole e le idee di Dugin, e stava realizzando quello che aveva vaticinato. Nel 2009, Dugin aveva preconizzato la divisione dell’Ucraina in due Stati separati: la parte orientale si sarebbe alleata con la Russia e quella occidentale avrebbe guardato sempre all’Europa. Per Dugin l’Ucraina era abitata da due popoli distinti – gli ucraini occidentali, che parlavano ucraino, e la popolazione dell’est, una nazionalità che includeva genti di etnia sia russa che ucraina, ma entrambe russe per lingua e cultura. I due popoli, a suo modo di vedere, avevano orientamenti geopolitici fondamentalmente differenti. Ciò significava che l’Ucraina non era uno Stato-nazione. Significava altresì che il suo smembramento era inevitabile – l’unico dubbio era se si sarebbe svolto in modo pacifico. Una guerra era nell’ordine delle cose, aveva messo in guardia all’epoca.
La posta in gioco era ben più alta della Crimea o dell’Ucraina, e il discorso di Putin lo fece intendere chiaramente. Dugin aspettava da anni che la Russia rivendicasse il suo ruolo di paese leader nella lotta alla modernità. Quell’idea, allo stesso modo di altre idee di Dugin, aveva cominciato a fare presa, e Dugin stava portando dalla sua parte alleati potenti. Quando le proteste in Ucraina crearono i presupposti per farsi ascoltare, uno di tali alleati, un miliardario che sosteneva i gruppi ultraconservatori, consegnò un appunto al Cremlino. Proponeva di sfruttare il caos in Ucraina per avviare il processo di annessione della Crimea e dell’Ucraina sudorientale. Scritta prima della deposizione del presidente ucraino Janukovyč, quella nota ne anticipava la scomparsa. Inoltre imputava la nascita del Majdan ai servizi segreti polacchi e britannici e proponeva che la Russia sconfiggesse l’occidente con le sue stesse armi: organizzare disordini sul campo nell’Ucraina sudorientale per giustificare un intervento. Molte delle parole e delle idee contenute in quella nota erano farina del sacco di Dugin.
A fine febbraio, l’amministrazione Putin iniziò a organizzare e finanziare proteste contro Kiev e a favore di Mosca nelle città del sud e del sudest dell’Ucraina. Il piano prevedeva di incitare la popolazione a prendere d’assalto gli edifici governativi e, una volta che fossero stati occupati, adottare risoluzioni per chiedere l’intervento della Russia. Alti funzionari del Cremlino impartirono direttive e distribuirono fondi agli organizzatori delle proteste; Dugin si teneva in contatto con gli attivisti, dando consigli sulla strategia e fornendo rassicurazioni. La Russia, disse ai suoi contatti ucraini, non si sarebbe fermata alla Crimea: avrebbe aiutato le regioni sudorientali del paese a combattere contro Kiev. Seduto su un’alta poltrona di pelle nera nel suo ufficio domestico, con centinaia di volumi sullo sfondo, conduceva lunghe riunioni via Skype con gli attivisti ucraini filorussi. «Questo è solo l’inizio», diceva. «Chi pensa che tutto finirà con la Crimea si sbaglia di grosso».
A inizio aprile, i dimostranti di Donec’k e Luhans’k, due importanti città dell’Ucraina orientale, cominciarono a prendere il controllo degli edifici governativi. Alcuni erano equipaggiati con armi saccheggiate da un deposito. Il 7 aprile diedero vita a un governo, dandogli la denominazione di Repubblica popolare di Donec’k, e approvarono una risoluzione che chiedeva l’intervento della Russia. I combattimenti iniziarono con battaglie isolate in altre città orientali – l’esercito regolare ucraino riuscì a impedire nuove occupazioni di edifici governativi – e poi scoppiò il conflitto vero e proprio. Gli Stati Uniti, che dopo l’occupazione della Crimea avevano imposto sanzioni alla Russia (negando tra l’altro il visto d’ingresso a diversi funzionari e uomini d’affari), minacciarono ulteriori sanzioni. L’Europa tentennava. La Russia non riuscì nell’intento di sobillare un’insurrezione di portata sufficientemente ampia nel sud del paese, ma al tempo stesso le forze ucraine non riuscirono a restaurare l’autorità di Kiev nelle regioni orientali. Il 17 aprile fu il giorno della diretta di Putin in televisione. Prima di fare ingresso nello studio, uno dei due conduttori preparò il terreno:
«Se la situazione fosse diversa, potrei dire che questa sarà una delle solite conversazioni [con il presidente], ma oggi come oggi quello che ci sta ascoltando è un paese diverso. La Crimea e la città di Sebastopoli si sono riunite alla Russia. Abbiamo atteso a lungo questo momento, per ventitré anni, da quando è crollata l’Unione Sovietica. Per tale motivo, oggi tutte le domande saranno collegate direttamente alla Crimea o saranno comunque implicitamente riconducibili alla Crimea».
Il programma durò quasi quattro ore. Furono dette tante cose. L’annessione della Crimea fu paragonata alla grande vittoria nella Seconda guerra mondiale. I russi contrari all’annessione vennero bollati come traditori. Una di questi partecipò al programma per fare ammenda. Era Irina Chakamada, che nel 1999 era stata una dei due soli fondatori della Unione delle forze di destra a opporsi alla candidatura di Putin alla presidenza (l’altro era stato Nemtsov). Un mese prima del programma, si era opposta anche all’annessione. Ma in quel momento disse a Putin:
«Sono venuta per dire quanto segue. La Crimea ha da sempre bisogno di un’identità russa. Io ci sono stata spesso… Non hanno mai smesso di desiderare di far parte della Russia. È andata com’è andata, quindi amen. Lei è il vincitore. È riuscito davvero a portare a termine l’operazione senza sparare un colpo».
L’opposizione – quell’appena percettibile 1 per cento – stava capitolando. Solo un membro del parlamento – l’ex capo di Maša, Il’ja Ponomarëv – aveva votato contro la ratifica del trattato sull’unione tra Russia e Crimea, e da quel momento era stato costretto a lasciare il paese. Adesso Nemcov era rimasto l’unico politico di una certa notorietà ad opporsi all’annessione. Per Dugin, i momenti più importanti del programma furono quelli in cui riconobbe il proprio influsso. In diversi passaggi gli ucraini rimasti fedeli a Kiev vennero etichettati come «nazionalisti» e perfino nazisti – e Putin evidenziò che «tali erano i trascorsi di questi territori, di queste regioni e di queste genti». Il sottinteso era che la parte occidentale del paese era stata contaminata in modo permanente dall’occupazione tedesca del 1941- 1944. Al contrario, disse, l’est era «connesso alla Russia alla radice, e le persone hanno una mentalità alquanto diversa». Al termine del programma Putin si soffermò su questa mentalità:
«Ci sono talune caratteristiche peculiari, e io credo che abbiano a che fare con i valori. Io credo che un russo, o, più in generale, una persona appartenente al mondo russo, ritenga innanzitutto che l’uomo ha un fine morale, un principio morale più elevato. Ecco perché il russo, la persona appartenente al mondo russo, non si concentra tanto su se stesso…».
Putin si interruppe e divagò un po’, rivelando all’ascoltatore attento che non aveva ancora assimilato appieno le idee che stava esponendo. Ma di lì a poco riprese il filo del discorso:
«Sono queste le radici profonde del nostro patriottismo. È da qui che discendono l’eroismo di massa in tempo di guerra e il sacrificio personale in tempo di pace. È questa l’origine dell’aiuto reciproco e dei valori familiari».
La definizione «mondo russo» era di Dugin. Era una nozione geograficamente estesa, la visione di una civiltà guidata dalla Russia. Putin la faceva sua soffermandosi sui «valori della famiglia» – l’idea era giustappunto che il mondo russo, quali che fossero i suoi confini, fosse unito dai valori. Il concetto che Dugin stava cercando di spiegare da anni era che l’idea stessa di universalità dei valori umani fosse fuorviante: l’idea occidentale di diritti umani, per esempio, non doveva ritenersi applicabile a una «civiltà fondata sui valori tradizionali». Una delle definizioni più calzanti ed eloquenti di Dugin era: «Non vi è nulla di universale nell’universalità dei diritti umani». In un altro momento del programma, Putin fece cenno a un aspetto sul quale Dugin aveva riflettuto per anni: stabilire rapporti con persone e organizzazioni che condividevano i valori del mondo russo, anche se localizzati in Europa:
«Mi pare evidente che stiamo assistendo, nei paesi europei, a un processo di riaffermazione dei valori. I cosiddetti valori conservatori stanno cominciando a prendere piede. Guardate, ad esempio, la vittoria di Viktor Orbán in Ungheria, o il successo di Marine Le Pen in Francia – è arrivata terza in un’elezione amministrativa. Tendenze analoghe sono in crescita anche in altri paesi. È naturale, è del tutto naturale».
Del tutto. Negli ultimi anni Dugin aveva dato nuovo impulso ai suoi contatti con l’Occidente: aveva allacciato rapporti con militanti dell’estrema destra francese (individui che erano troppo estremisti anche per il Front national di Marine Le Pen), con movimenti ungheresi alla destra di Orbán e molti altri gruppi ancora, comprese organizzazioni ultraconservatrici europee e israeliane. A unire questi militanti e questi gruppi, per quanto politicamente disomogenei secondo i canoni convenzionali, era la loro opposizione politica a Bruxelles e la loro opposizione filosofica alla modernità. Adesso, il suo lavoro era di fatto riconosciuto dal presidente. Era assurto a progetto nazionale. Il giorno seguente, Dugin fu invitato come ospite al talk show più popolare del paese. Aveva concesso più d’una intervista in televisione, ma questo era un caso particolare. Il programma era diretto e condotto da Vladimir Pozner, un ebreo che aveva lavorato negli Stati Uniti, ed era in assoluto il programma più liberale e filooccidentale della televisione russa. Il fatto che Dugin fosse stato invitato significava che aveva acquisito quel genere di influenza e prestigio politico tali da renderlo un ospite fondamentale e imprescindibile. Il tono dell’intervista fu ostile – a un certo punto Dugin arrivò a dire a Pozner che a suo avviso avrebbero dovuto cacciarlo dalla televisione; purtuttavia, rappresentava la tribuna ideale per dare visibilità alle sue idee e farle conoscere a un pubblico più vasto possibile. Dugin ebbe modo di affermare che gli accadimenti degli ultimi due mesi – i fatti in Crimea e, adesso, una guerra nell’Ucraina orientale – rappresentavano un rinascimento russo, una «primavera russa».
fonte: Sellerio Editore

ATTIVITA’

Dopo aver consultato le fonti presentate nell'articolo prova ad esercitarti per le prove d'esame immaginando una traccia sull'argomento trattato.
Prima prova maturità, tipologia A: traccia dell’analisi del testo: il Miur propone due possibili analisi del testo, che possono essere un brano di prosa o una poesia di un autore italiano vissuto nel periodo compreso dall'Unità di Italia ad oggi. Il maturando dovrà scegliere quale delle due tracce analizzare.
Prima prova maturità, tipologia B: testo argomentativo, new entry dell'anno scorso. Questa tipologia presenta a sua volta tre tracce che possono essere d'ambito: artistico, letterario, filosofico, storico, economico, sociale, tecnologico, scientifico. Il MIUR ha stabilito una delle tracce di testo argomentativo sarà obbligatoriamente d'ambito storico. In questo tipo di traccia dovrai scegliere di quale argomento parlare, sia in che modo svilupparlo.
Prima prova maturità, tipologia C: traccia del tema di attualità: è il “tema d’ordine generale”. Quest'anno il Miur fornirà due tracce d'argomenti vicini alle esperienze dei maturandi.

WALKMAN

Questo delirio è ciò che ci aspetta, non ci si esce. Ci si adegua. Il mondo è irrimediabilmente cambiato e io credo che non ci sia niente da fare. Il livello profondamente negativo e mutante della globalizzazione sta arrivando e non ho parole consolatorie a riguardo. G.L.Ferretti

DEVIAZIONI

Anna Politkovskaja è la giornalista russa assassinata il 7 ottobre 2006 a Mosca, perché è sempre stata attiva nel denunciare i crimini perpetrati in Cecenia dall’esercito russo, ma non solo: si è sempre battuta fortemente per denunciare la
situazione critica in cui versava il suo paese, a livello politico e sociale,
utilizzando come unico mezzo di protesta la parola scritta. La morte di Anna Politkovskaja è stato un colpo inferto dal potere, che ancora una volta non gradisce rendere conto di sé, a un modo indipendente di fare giornalismo, di adoperarsi per
cambiare le cose anche per le generazioni che verranno. 

IL TESTO

Dove sono andati a finire i germogli di democrazia a cui c’eravamo aggrappati fino all’avvento di Putin al potere? Per i russi, ormai, la Cecenia è una cancrena, un vicolo cieco; ma è anche un punto di riferimento nella Russia di Putin. Con la guerra è stato facile tornare al passato e mettere a dura prova la trasformazione del paese in uno stato non sovietico: la proprietà privata è stata accompagnata da un’unica ideologia dominante, dall’affermazione di una leadership personale incontrollata, dal disprezzo dei diritti umani e dall’idea, diffusa con la propaganda, che è necessario subordinare gli interessi individuali a quelli dello Stato. Putin è stato eletto presidente nel marzo del 2000. Poco prima dell’inizio della seconda guerra in Cecenia, nel 1999, era solo un colonnello semisconosciuto a cui era stata affidata la direzione dell’Fsb (il nuovo nome del Kgb). Ma è riuscito a bruciare le tappe della sua carriera, diventando il successore designato alla presidenza e primo ministro per volontà di Boris Eltsin – all’epoca affetto da continui problemi di salute – e della sua famiglia (la cerchia di persone più vicine al trono del Cremlino).
Nonostante il suo salto di carriera, però, Putin era un personaggio anonimo in Russia. La famiglia Eltsin decise allora che una guerra era il modo migliore per far crescere rapidamente la fama del successore alla presidenza che aveva promesso di tutelare il suo patrimonio. Così Putin ha dichiarato guerra alla Cecenia, approfittando della possibilità di farsi conoscere che gli offriva l’attualità: degli attentati a Mosca e a Volgodonsk avevano distrutto diversi edifici, e le
bande di Basaev e Khattab stavano attaccando il Dagestan.
La guerra è stata chiamata ufficialmente “operazione antiterrorista nel Caucaso del nord” – in altre parole, lotta contro il terrorismo – mentre tutti i ceceni, per volontà del Cremlino, sono stati dichiarati indistintamente banditi e terroristi e obbligati ad addossarsi collettivamente la responsabilità delle azioni criminali di alcuni loro concittadini. Allo stesso tempo, è stato deciso che chiunque si dichiara contrario alla guerra deve essere considerato un “nemico”, “complice dei ceceni” e “antipatriottico”. I russi hanno subìto un lavaggio del cervello radicale da parte di una speciale sottodivisione dell’amministrazione presidenziale. E il lavaggio del
cervello ha funzionato. 
Il controllo dei documenti d’identità nei villaggi ceceni si è trasformato in un’atroce operazione punitiva. I cadaveri sfigurati di persone cadute nelle grinfie dei federali sono diventati una tragedia quotidiana. Molte persone sono scomparse senza lasciare traccia, catturate dai militari. A poco a poco le esecuzioni sommarie e i rapimenti sono diventati il biglietto da visita dell’operazione “antiterrorismo” e delle azioni militari sul territorio ceceno.
Il terrorismo di stato è diventato più crudele di quello che doveva combattere. In Cecenia si sono accampati anche gli squadroni della morte – si fanno chiamare “unità di pulizia dei boschi” – che uccidono a loro discrezione, senza preoccuparsi di avere le prove che le vittime appartengano alle file della resistenza, la appoggino in qualche modo o siano degli estremisti religiosi. Bastano delle voci per emettere una condanna a morte. Ma il passaggio decisivo e quello che segue, a denunciare le conseguenze sul tessuto civile della stessa Russia di una politica tanto insensata quanto sanguinaria:
Ma chi la esegue? Dei boia con il distintivo da federali, pagati dallo stato e forti della sua tacita benedizione. Uccidono in Cecenia e poi tornano nelle loro case e nelle loro città in Russia. Oggi più di un milione di combattenti che hanno partecipato alla seconda guerra cecena vivono tra noi, e hanno dimenticato che un conflitto si può risolvere anche senza fare a pugni o senza un kalashnikov.
E così dalla seconda guerra cecena è nata la nuova Russia del dopo Eltsin, postdemocratica e non sovietica, dove l’importante – come ai tempi del comunismo – non è ciò che succede in realtà, ma come fare il lavaggio del cervello alla gente. Nel caso della Cecenia, il potere ha adottato una tattica tipicamente sovietica: nascondere la verità dietro una montagna di menzogne. La Russia sta perdendo la capacità di mettere a fuoco i fatti, a volte senza neanche rendersene conto. Nel paese si è imposto il totalitarismo e i cittadini lo hanno accolto con favore, come
“l’avvento dell’ordine”, prima in Cecenia, poi in tutta la Russia. La morte di persone in guerra è considerata un male necessario: sono vittime giustificate dall’avvento dell’ordine. Volavamo verso l’inferno.

Ecco i resoconti puntuali della realtà della Cecenia e le conclusioni cui approda la giornalista russa Anna Politkovskaja. La qualità anche morale della sua prosa incisiva e affilata è testimoniata in alcuni passi di uno degli ultimi testi di
Anna Politkovskaja, pubblicato da Internazionale del 26 ottobre 2006.

Non sono un vero animale politico. Non ho aderito a nessun partito perché lo considero un errore per un giornalista, almeno in Russia. E non ho mai sentito la necessità di difendere la Duma, anche se ci sono stati anni in cui mi hanno chiesto di farlo. Quale crimine ho commesso per essere bollata come “una contro di noi”? Mi sono limitata a riferire i fatti di cui sono stata testimone. Ho scritto e, più raramente, ho parlato. Pubblico pochi commenti, perché mi ricordano le opinioni imposte nella mia infanzia sovietica. Penso che i lettori sappiano interpretare da soli quello che leggono. Per questo scrivo soprattutto reportage, anche se a volte, lo ammetto, aggiungo qualche parere personale. Non sono un magistrato inquirente, sono solo una persona che descrive quello che succede a chi non può vederlo. I servizi trasmessi in tv e gli articoli pubblicati sulla maggior parte dei giornali sono quasi tutti di stampo ideologico. I cittadini sanno poco o niente di quello che accade in altre zone del paese e a volte perfino nella loro regione.
Il Cremlino ha reagito cercando di bloccare il mio lavoro: i suoi ideologi credono che sia il modo migliore per annullare l’effetto di quello che scrivo. Ma impedire a una persona che fa il suo lavoro con passione di raccontare il mondo che la circonda è un’impresa impossibile. La mia vita è difficile, certo, ma è soprattutto umiliante.
A 47 anni non ho più l’età per scontrarmi con l’ostilità e avere il marchio di reietta stampato sulla fronte. Non parlerò delle altre gioie del mio lavoro – l’avvelenamento, gli arresti, le minacce di morte telefoniche e online, le convocazioni settimanali nell’ufficio del procuratore generale per firmare delle dichiarazioni su quasi tutti i miei articoli. La prima domanda che mi rivolgono è sempre la stessa: “Come e dove ha ottenuto queste informazioni?”.
Naturalmente gli articoli che mi presentano come la pazza di Mosca non mi fanno piacere. Vivere così è orribile. Vorrei un po’ più di comprensione. Ma la cosa più importante è continuare a fare il mio lavoro, raccontare quello che vedo, ricevere ogni giorno in redazione persone che non sanno dove altro andare. Per il Cremlino le loro storie non rispettano la linea ufficiale. L’unico posto dove possono raccontarle è la «Novaja Gazata».
* * *
Anna Politkovskaja, Cecenia. Il disonore russo, Roma, Fandango, 2003.
Anna Politkovskaja, La Russia di Putin, Milano, Adelphi, 2005.
Anna Politkovskaja, Proibito parlare, Milano, Mondadori, 2007.