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il curriculum come narrazione 2.0 (p.2)

Posted on Dicembre 31, 2013 in IL LABORATORIO DIDATTICO

curriculum come narrazione 2.0

«Il racconto è presente in tutti i tempi, in tutti i luoghi, in tutte le società; il racconto comincia con la storia stessa dell’umanità; non esiste, non è mai esistito in alcun luogo un popolo senza racconti, […] il racconto è come la vita»    (Roland Barthes)

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Per costruire consapevolmente la propria identità, gestire attivamente la propria vita, per rispondere al bisogno di controllo che ogni soggetto ha circa la propria esistenza ed il proprio futuro, per diventare cittadino, autore e protagonista della propria vita proponiamo di lavorare in due direzioni: lo sviluppo o l’acquisizione di alcune competenze narrative e la condivisione con gli altri di segmenti narrativi su noi stessi, sulla nostra esperienza, sull’esperienza che condividiamo all’interno di una società.

Alice incontra il Gatto: Alice:”Mi vuoi dire quale strada devo fare per uscire di qui?”
“Dipende in gran parte da dove vuoi andare…” rispose il Gatto.
“Oh non importa dove” disse Alice
” Allora importa poco sapere quale strada prenderai” – soggiunse il Gatto.
“…purchè giunga in qualche parte” – riprese Alice come per spiegarsi meglio.
“Oh certo che vi giungerai!” – disse il Gatto, “non hai che da camminare”
Alice incontra il Bruco: “Chi sei?” disse il Bruco.
Non era un bel principio di conversazione. Alice rispose con qualche timidezza: “Davvero non te lo saprei dire ora. So dirti chi fossi, quando mi son levata questa mattina, ma da allora credo di essere stata cambiata parecchie volte.”
” Che cosa mi racconti”? – disse austeramente il Bruco. – “Spiegati meglio.”
“Temo di non potermi spiegare” disse Alice, “perchè non sono più quella di prima, come vedi.”

La narrazione è un processo cognitivo attraverso il quale strutturiamo, in unità temporalmente significative, unità di esperienza, attribuendo loro un ordine, dei rapporti. Le strutture narrative, derivanti dai concetti di schemi di storie, di modelli mentali, di sistemi funzionali della memoria, sono forme universali attraverso le quali le persone comprendono la realtà, se la rappresentano, le attribuiscono senso e significato e ne parlano.

Questo è quello che voglio sottolineare oggi: la

responsabilità di ciascuno di voi nella vostra educazione.

Parto da quella che avete nei confronti di voi stessi.

Ognuno di voi sa far bene qualcosa, ha qualcosa da offrire.

Avete la responsabilità di scoprirlo.

(Barack Obama, 08/09/2009)

La narrazione non ha, però, soltanto una funzione interpretativa rispetto alla realtà esterna (il mondo intorno a noi), ma struttura anche la modalità di pensiero che abbiamo su noi stessi, ovvero quello che abitualmente chiamiamo coscienza di sé (il mondo interno). In altri termini, il Sé individuale emerge sia dalle narrazioni sul vissuto personale che l’individuo stesso propone (narrazioni autobiografiche, ma non solo) sia dalle narrazioni che altri compiono su di lui, elaborate entrambe dall’individuo stesso in nuove forme di coscienza. Le modalità narrative appaiono le forme più adeguate per stimolare processi nei quali il soggetto possa esplorare se stesso, il proprio ambiente, le proprie aspirazioni, i desideri, le competenze…

Chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria

di esperienze, di informazioni, di letture, di immaginazioni?

Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario di oggetti,

un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato

e riordinato in tutti i modi possibili.

(Italo Calvino, Lezioni americane)

Questa forma è in realtà presente da sempre: il curriculum vitae, ad esempio, non è altro che la burocratizzazione di una narrazione su sé e le forme più evolute di questo artefatto assomigliano, sempre più, a delle narrazioni. Forme come i portfolii o libretti delle competenze o i progetti professionali, il personal branding, sono avvicinamenti molto forti a narrazioni.

E’ ormai assodato che, soprattutto per quanto concerne la sfera professionale, assistiamo ad una sempre maggiore imprevedibilità dei destini individuali. Parole come flessibilità, mobilità ecc. acquisiscono un senso più stringente quando si riferiscono ai costi, che vengono richiesti e pagati dall’individuo, in termini di sostenibilità psicologica. Alla solitudine del cittadino globale (Z. Baumann) si accompagna il rischio (U. Beck), in chi non si sia costruito un’identità adeguata alle dinamiche dei contesti di riferimento, di sentirsi in balia degli eventi. L’orientamento narrativo tenta il difficile ed ambizioso percorso di rispondere pienamente alla domanda di senso e significato dell’uomo contemporaneo.

Il nocciolo della questione si potrebbe riassumere in una maggiore importanza che assegniamo oggi, per l’orientamento, alla domanda fatta dal Bruco rispetto alla risposta che Alice riceve dal Gatto. Associazione Pratika© di Federico Batini

I sogni segreti di Walter Mitty

Vale la pena ricordare come molteplici ricerche hanno dimostrato, che la congruenza tra un soggetto ed una posizione professionale sia maggiormente determinata dalle caratteristiche personali soggettivamente percepite (legate al concetto di sé) e dalla personale percezione dell’ambiente in cui si è inseriti, piuttosto che dall’individuazione delle caratteristiche oggettive (ammesso che siano rilevabili) del soggetto e dell’ambiente in cui lavora (Pombeni, Chiesa, 2009). Le critiche rivolte ai modelli normativo/direttivi si concentrano sulla scarsa predittività da parte degli stessi sul comportamento delle persone.

Per secoli ogni generazione ha avuto la possibilità (e la presunzione) di insegnare alle generazioni successive come gestire la propria vita, non solo nel senso più semplice in cui siamo abituati a pensarlo, ovvero attraverso il ruolo rivestito dai genitori rispetto ai propri figli, ma in un senso più complesso e sociale: ogni generazione ha ritenuto che il proprio patrimonio di esperienze e valori potesse avere un senso, un senso forte per la generazione successiva ed ha tentato, attraverso una serie di dispositivi pubblici e privati, di facilitare questa trasmissione.

Il senso risiedeva nelle pratiche: saper fare delle cose serve, impararlo in un ambiente protetto mette al riparo da errori e delusioni. Ciò che si sapeva fare avrebbe continuato ad essere utile per la generazione successiva che innestava piccoli mutamenti in questi comportamenti; il senso risiedeva nei significati da assegnare alle esperienze, alle azioni proprie e degli altri, alle relazioni, a ciò che incontriamo: consegnare dei repertori di senso attraverso i quali è possibile sapere con certezza che cosa è bello o brutto, che cosa è onesto e disonesto, che cosa è conveniente e sconveniente, che cosa è giusto e cosa è ingiusto, cosa significa essere coerenti e cosa significa essere incoerenti… aiutava a costruirsi un quadro di valori, un orizzonte morale, a dare significato ed intenzione ai propri comportamenti, a prendere delle decisioni, a tenere insieme un’identità. In ogni cultura per fare questa operazione si è attinto a patrimoni di tipo sociale, condivisi attraverso la cultura stessa, e a patrimoni familiari ed individuali (a loro volta nutriti da tutti i precedenti).

Il mezzo utilizzato per veicolare senso, significato e pratiche erano le narrazioni, in tutti i sensi in cui queste potessero essere intese.

Cattura

Gestire un’esistenza, pensarla, progettarla, fare delle scelte, decidere il proprio futuro e tentare di mettere in opera delle azioni che lo rendano più vicino possibile ai nostri desideri (tentando di tenere a distanza ciò che speriamo non accada), gestire ogni giornata del nostro quotidiano, con i suoi imprevisti e con le sue difficoltà è un compito complesso: il compito più complesso al quale siamo chiamati ed anche, probabilmente, il più affascinante.

Nella maggior parte dei casi, questo processo avviene in modo inconsapevole, con l’illusione, però, della consapevolezza. Attribuiamo un grande valore all’autonomia dei singoli soggetti, al fare scelte consapevoli e, in realtà, funzioniamo in modo .condizionato., ovvero siamo soggetti ai significati e ai ruoli che le narrazioni per noi socialmente disponibili consentono.

L’area della scelta, quella dell’identità e quella del controllo del futuro interrogano l’orientamento, e in particolare i modi in cui l’orientamento diventa, all’interno dei modelli formativi, autorientamento.

Il compito che si propone l’orientamento narrativo è proprio questo: renderci consapevoli delle narrazioni che utilizziamo, per modificarle, arricchirle, aumentare, attraverso il ricorso ad altre narrazioni, le possibilità che esse ci danno di compiere scelte consapevoli in un tentativo di diventare autori e non fruitori della nostra vita, con lo scopo di esercitare un controllo sul nostro futuro.

L’orientamento narrativo non suppone una scelta adeguata, non prefigura un orizzonte di senso univoco, non pensa di poter asserire che vi sia una scelta giusta ed una scelta sbagliata, crede invece che la costruzione della storia di vita (formativa, professionale, esistenziale) di un soggetto richieda delle competenze che permettano una sensazione di controllo, una percezione di efficacia, la capacità di manipolazione delle narrazioni interne ed esterne per l’attribuzione di senso e significato da parte del soggetto medesimo, in direzione di una sorta di disvelamento e costruzione di se stessi e della propria esistenza. Si tratta di un processo ricorsivo che si svela e si modifica strada facendo, ma che pone il soggetto al centro della storia come autore e protagonista della propria biografia.

Anche Truman, per citare una metafora narrativa di matrice cinematografica che ha riscosso molto successo, è il protagonista della propria vita, ma si ribella a chi ne è l’autore per diventarne autore egli stesso, il protagonista che recita un ruolo senza esserne cosciente è una narrazione metaforica che veicola interessanti interpretazioni possibili per una società narrativa come la nostra.

Non si dà, in poche parole, scelta adeguata senza che il soggetto ne sia consapevole e la percepisca come un miglioramento, non è possibile pensare all’esercizio di controllo sul futuro, sulla propria vita e sulle proprie scelte senza benessere e consapevolezza, senza non l’adesione, bensì l’autorialità pre-decisionale del soggetto medesimo.

In realtà le narrazioni ci abitano in misura molto maggiore di quanto crediamo (spesso senza che ne abbiamo coscienza) e, vista la quantità di narrazioni disponibili, un compito fondamentale diventa la capacità di usarle, di sceglierle, di modificarle, di conoscerle, di costruirle in modo plurale, per comprendere noi stessi e gli altri, per immaginare il futuro che vogliamo ed iniziare a costruirlo.

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Come mai risulta così difficile scrivere il proprio curriculum vitae?

La maggior parte dei giovani, in cerca del primo impiego, si ritiene insoddisfatta del proprio curriculum, ritiene che non li rappresenti. Essi lamentano la propria incapacità di “riempire anche solo una pagina”, e in definitiva quasi tutti attribuiscono questo senso di frustrazione alle carenze del proprio percorso professionale, al non aver accumulato ancora esperienze professionali tali da riempire, con soddisfazione, quel foglio di carta bianca che gli si para dinanzi. Eppure è noto come sia normale non avere delle grandi esperienze di lavoro, se si è ancora studenti o si è appena terminato il percorso formativo iniziale.

Lavorando sulle competenze narrative che ciascun individuo sviluppa nel corso della propria esistenza, la metodologia dell’orientamento narrativo consente alle persone di ampliare le capacità espressive, di riflettere su di sé, sul proprio passato e sul proprio futuro, di agevolare le dinamiche relazionali e di sviluppare le capacità progettuali. Trova applicazione lungo l’arco dell’intera esistenza: nella vita scolastica, nell’inserimento nel mondo professionale, nell’integrazione di coloro che appartengono a culture differenti, nella prevenzione del disagio e della dispersione scolastica.

Le modalità narrative appaiono le forme più adeguate per stimolare processi nei quali il soggetto possa esplorare se stesso, il proprio ambiente, le proprie aspirazioni, i desideri, le competenze… Questa forma è in realtà presente da sempre: il curriculum vitae, ad esempio, non è altro che la burocratizzazione di una narrazione su sé e le forme più evolute di questo artefatto assomigliano, sempre più, a delle narrazioni. Forme come i portfolii o libretti delle competenze o i progetti professionali, sono avvicinamenti molto forti a narrazioni. L’orientamento però non può fermarsi ad un generico percorso autobiografico: l’aspetto autobiografico è uno dei punti, seppur fondamentale, all’interno dell’orientamento narrativo. Si parla di orientamento narrativo proprio perché vi sono narrazioni in grado di stimolare la narrazione su sé, narrazioni fondanti, necessarie per un percorso di orientamento, capaci anche di “innovare”, non solo di favorire “un’archeologia”. Poi c’è il confronto, l’ascolto delle narrazioni altrui, la scoperta delle narrazioni degli altri su noi, la costruzione collettiva di narrazioni.. tutti elementi che entrano in dialogo con le strutture di pensiero narrative che ci costituiscono, con le modalità relazionali narrative che ci legano, con il modo di progettarci, narrativo anch’esso, e con le innumerevoli storie che agenzie educative, scienze e mass media ci raccontano.

Ecco a cosa serve il futuro: a costruire il presente con veri progetti di vita.

Leggi il brano. Sottolinea le frasi significative. Commenta con le tue impressioni. Rispondi alle ultime domande.

MurielBarberyLeleganzaDelRiccio pag 127

                                                          Una domanda                                                                                                                    stavolta sul destino                                                                                                                      già stabilito                                                                                                                         soltanto per alcuni                                                                  e nient’affatto per altri

 

Imparare ad ascoltare, a leggere, ad interpretare, a scrivere, ad attribuire senso e significato ad eventi ed azioni, imparare ad immaginare il futuro, imparare a governare i propri processi cognitivi ed emotivi, sono competenze che, troppo spesso, sono state date per scontate o sono rimaste nell’implicito, credendo che, attraverso un lungo tirocinio di nozioni, conoscenze ed apprendimenti, queste competenze si sviluppassero comunque.

Che cosa volete, Perché non avete detto subito che cosa volevate, Pensate forse che io non abbia altro da fare, ma l’uomo rispose soltanto alla prima, Datemi una barca, disse […] E voi, a che scopo volete una barca, si può sapere […] Per andare alla ricerca dell’isola sconosciuta, rispose l’uomo, Che isola sconosciuta, domandò il re con un sorriso malcelato, quasi avesse davanti a sé un matto da legare, di quelli che hanno la mania delle navigazioni, e che non è bene contrariare fin da subito, L’isola sconosciuta, ripeté l’uomo, Sciocchezze, isole sconosciute non ce ne sono più, Chi ve l’ha detto, re, che isole sconosciute non ce ne sono più, Sono tutte sulle carte, Sulle carte geografiche ci sono soltanto le isole conosciute, E qual è quest’isola sconosciuta di cui volete andare in cerca, Se ve lo potessi dire allora non sarebbe sconosciuta.

… [la barca] prese infine il mare, alla ricerca di se stessa.

José Saramago

 

Se potessi vivere di nuovo la mia vita.

Nella prossima cercherei di commettere più errori.

Non cercherei di essere così perfetto, mi rilasserei di più.

Sarei più sciocco di quanto non lo sia già stato,

di fatto prenderei ben poche cose sul serio.

Sarei meno igienico.

Correrei più rischi,

farei più viaggi,

contemplerei più tramonti,

salirei più montagne,

nuoterei in più fiumi.

Andrei in più luoghi dove mai sono stato,

mangerei più gelati e meno fave,

avrei più problemi reali, e meno problemi immaginari.

Io fui uno di quelli che vissero ogni minuto

della loro vita sensati e con profitto;

certo che mi sono preso qualche momento di allegria.

Ma se potessi tornare indietro, cercherei

di avere soltanto momenti buoni.

Chè, se non lo sapete, di questo è fatta la vita,

di momenti: non perdere l’adesso.

Io ero uno di quelli che mai

andavano da nessuna parte senza un termometro,

una borsa dell’acqua calda,

un ombrello e un paracadute;

se potessi tornare a vivere, vivrei più leggero.

Se potessi tornare a vivere

comincerei ad andare scalzo all’inizio

della primavera

e resterei scalzo fino alla fine dell’autunno.

Farei più giri in calesse,

guarderei più albe,

e giocherei con più bambini,

se mi trovassi di nuovo la vita davanti.

Ma vedete, ho 85 anni e so che sto morendo.

Istanti di J.L.Borges

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