notte dopo gli esami

I DATI

“Un maturando su dieci ha le competenze di uno studente di terza media”; “Il dieci per cento dei maturandi non raggiunge le competenze base”; “Uno studente su due è impreparato, in matematica, italiano, inglese”: sono alcuni dei titoli con i quali mi sono confrontata nel corso di questi tribolanti giorni.
Se i risultati degli esami di maturità hanno portato in primo piano valutazioni negative questo ci deve portare a ripensare l’intero percorso culturale, a considerare che i risultati, come sempre, dicono molto sulla qualità di questi percorsi. Togliendo l’ansia che sempre accompagna queste prove, non resta poi molta sostanza, sul piano didattico e culturale, a questi esami. 
A questo punto mi chiedo: non sarebbe meglio dirottare i tanti milioni di euro impegnati per migliorare la didattica, il riconoscimento economico dei docenti, le nostre strutture scolastiche? In altre parole, credo sia arrivato il momento di chiedersi se davvero li vogliamo tenere questi esami. Non mi basta più il vecchio mito del valore legale del titolo, nemmeno i soli ricordi di genitori e nonni sugli aspetti psicosociali, cioè l’esame finale come cruna dell’ago tra adolescenza e giovinezza.
Sette ragazzi su dieci delle superiori, secondo un'indagine Eurispes, sostengono che la scuola serve poco o a nulla, che a scuola ci si annoia e che l'esame di Stato è l'estrema fonte di stress che dà una breve e sofferta soddisfazione solo a chi ne esce con un voto gratificante. 
Un questionario dato agli studenti, ha dato risultati sorprendentemente articolati: permane forte l’ansia degli esami nonostante la commissione interna, ci si sente più tutelati dai propri insegnanti ma non mancano osservazioni sui meccanismi problematici di una valutazione tutta interna che porterebbe a confermare il punto di vista degli insegnanti senza un confronto esterno. 
Ma se la scuola è un luogo di noia, un luogo a-passionale allora qui non c'è apprendimento. I nostri 90 e 100 li avremo dati solo a quei ragazzi dotati di forza di volontà, a quelli più motivati e più strutturati, nei quali noi insegnanti ci siamo rispecchiati ma che probabilmente avrebbero ottenuto quel risultato a prescindere da noi. 
Dobbiamo cominciare ad avere il coraggio di guardare negli occhi questa realtà e di porci queste domande: cosa stiamo chiedendo ai nostri ragazzi? A cosa serve questo esame?
Ogni scuola è sempre lo specchio di una società. La nostra è una società prestativa, competitiva, veloce, sbrigativa, che non dà peso alla cultura, che mette il denaro e l'avere prima dell'essere, che produce una scuola miope e incapace cambiare la stessa società e di affrontare le sfide che ci pongono davanti i nostri stessi ragazzi. 

A COSA SERVE L’ESAME DI STATO?

Durante le parentesi valutative dei singoli candidati è apparso spesso lo spauracchio della Dad, il grande avversario da combattere colpevole della scarsa preparazione degli studenti.
La verità è che noi non sappiamo più a cosa serve l'esame di stato, non sappiamo più dove vogliamo condurre (ex-ducere) le nostre studentesse e i nostri studenti. E se non sappiamo più dove andare il viaggio verso un futuro migliore, perché di questo sto parlando, diventa impossibile.  
Io so che la mia meta è cercare di favorire il processo di emancipazione degli studenti e che l'esame rappresenta l'ultimo passo da fare per la formazione della persona. Dalla mia scuola non escono esecutori, consumatori, lavoratori ma esseri umani nel rispetto di quell'idea filosofica che, a partire dalla filosofia greca fino alla riflessione che attraversa l'Illuminismo, ci indica la direzione dell'educare. 

IL NICHILISMO

Il nichilismo è il grande problema con il quale dobbiamo fare i conti. Perché il senso di vuoto accompagna molte delle nostre vite (anche a scuola nei colleghi e negli studenti)? Non ci stiamo ponendo la domanda sulla direzione dell'educare. 
Oggi stare lì o altrove è uguale (Augè), agli esami si decide quanto vale numericamente una persona e, in questo vuoto di senso, siamo diventati i controllori dei voti e quei burocrati senza erotismo (Recalcati) impegnati nel troppo facile ruolo di costruttori della scuola per pochi. 
Ma la scuola italiana è democratica e i migliori non sono quelli di tantissimo tempo fa. Oggi il 44% degli studenti va al liceo mentre un tempo ne andava solo il 5/6 % : su quelle eccellenze si fotografava un mondo diverso con menti diverse. Il nostro sistema neurologico è cambiato e con esso è cambiato l'apprendimento. La teoria delle intelligenze multiple (Gardner) ha quarant'anni ma noi valutiamo solo le capacità logico-razionali e alla maturità evochiamo ancora il fantasma di quelle eccellenze di inizio Novecento. 

LA SQUADRA

Le discipline non sono solo quelle logico-razionali. I risultati ottenuti agli esami sono stati penosi perché probabilmente prima non abbiamo dato spazio all'arte, alla creatività e alla emotività. Una testa ben fatta (Morin) ha diverse facce compresa quella della disobbedienza al conformismo per questo l'insegnante deve rompere gli orizzonti piatti del nichilismo soprattutto attraverso l'inevitabile riferimento alla filosofia politica, perché la politica è la disciplina che ci fa vivere insieme ed è veramente interdisciplinare. 
E' chiaro che è politica quello che mangiamo, le vacanze che facciamo, come viviamo i nostri corpi o la sessualità ... e noi di cosa parliamo durante le nostre lezioni che poi vogliamo ci venga ripetuto dagli studenti? 
Rendiamo prima la scuola interessante e attuale e dopo chiediamo acute rielaborazioni critiche e percorsi interdisciplinari meno semplicistici. Sto dicendo che studiare scienza è fare politica; tutti gli studi intorno al DNA e alla biologia sono studi politici. Mentre la matematica potrebbe entrare nelle nostre vite attraverso un po' di filosofia della matematica (ciò la renderebbe di certo meno astrusa); i pensatori antichi ci potrebbero servire per capire il presente e per accendere il fuoco dell'eros per il sapere. Una riflessione sulla rete e sui social come nuovi luoghi della commemorazione (Sisto), ad esempio, regalerebbe un nuovo senso ai sepolcri foscoliani. 
La scuola per tutti ha bisogno di un umanesimo di massa, non di élite e, per formare la persona, non si può parcellizzare il sapere. Ecco come si forma il cittadino robusto, con quei muscoli solidi, variamente rappresentati nelle foto-stimolo dell'orale, che diventa la nostra salvifica sentinella della democrazia.
Purtroppo per me questa non è stata una prova di effettiva maturità raggiunta. 
Anche perché se alleniamo una squadra non preferiamo forse il confronto con l’esterno e un bel campionato con gli altri? Che senso ha svolgere un esame con gli stessi allenatori? E questi ultimi poi a chi provano di aver allenato bene? Il rischio di autoreferenzialità che molti insegnanti hanno espresso dipende anche da questo. Sono stati evidenziati fortemente anche i rischi della persistenza dei problemi relazionali che spessissimo si rilevano nel rapporto tra docenti e studenti e che si sarebbero stemperati nel confronto con gli altri esterni nella commissione. Permangono poderosi "effetti alone" di antiche antipatie, affetti e consonanze, non limitati dalla presenza del punto di vista altrui. Fra il desiderio di concedere un premio affettivo e relazionale agli studenti, come autogratificazione, e di mostrare un potere all'interno della scuola e della propria classe si sono incancrenite le posizioni nelle dinamiche relazionali, acuite poi dal caldo e dalla stanchezza. Il colloquio atomizzato è stato paradossalmente condotto dagli stessi insegnanti che hanno già espresso le loro valutazioni quindici giorni prima tra l'altro con criteri e concezioni varie e difformi.  
Rivendico qui un tempo ulteriore per la riflessione e per recuperare la sacralità di questo che proprio gli stessi esaminandi, a volte così sbrigativi, reputano un indispensabile rito di passaggio.