aristotele, la fisica e la metafisica

             ... c'è una scienza che considera l'essere in quanto essere 
                  e le proprietà che gli competono in quanto tale ...

INTRODUZIONE

L'astronomia aristotelica, integrata dalle successive acquisizioni di Tolomeo, costituisce una delle teorie scientifiche più longeve della storia, poiché è stata messa in discussione solo a partire dal XVI - XVII secolo, con l'avvento della scienza moderna. 

INGREDIENTI

METAFISICA
FISICA
PSICOLOGIA

STRUMENTI

MAPPE
MANUALE: la rete del pensiero - Loescher
INTERNET
TESTO: Dante e la Divina Commedia – Inferno Canto IV

SPIEGAZIONE

                        ... non c'è nulla nell'intelletto 
                      che prima non sia stato nei sensi ...

CONTAMINAZIONI

Aristotele ha un posto privilegiato per Dante. E’ definito il maestro di tutti i filosofi, una figura che aveva segnato in maniera profonda la cultura filosofica medievale, tanto da essere considerato il supremo maestro della filosofia. Questo incontro è significativo nella Commedia. Aristotele è considerato il filosofo per eccellenza, nominato altre volte nelle sue opere come “Guida e duca degli uomini verso il sommo bene”, “maestro di nostra vita” e viene posto da Dante nel “Nobile Castello degli spiriti magni”, tra i grandi del pensiero antico, separati dalle altre anime del Limbo per indicare la loro superiorità. L’aristotelismo di Dante è alla base della sua opera. Dante adatta le teorie aristoteliche al Cristianesimo, soprattutto nell’ambito della cosmogonia perché l’universo per Aristotele è geocentrico come per Dante. La Terra, creata da Dio, è immobile e al centro dell’universo.

IL TESTO

Inferno, Canto IV: I cerchio, il Limbo

«Or discendiam qua giù nel cieco mondo»,
cominciò il poeta tutto smorto.
«Io sarò primo, e tu sarai secondo».
E io, che del color mi fui accorto,
dissi: «Come verrò, se tu paventi
che suoli al mio dubbiare esser conforto?».
Ed elli a me: «L'angoscia de le genti
che son qua giù, nel viso mi dipigne
quella pietà che tu per tema senti.
Andiam, ché la via lunga ne sospigne».
Così si mise e così mi fé intrare
nel primo cerchio che l'abisso cigne.
Quivi, secondo che per ascoltare,
non avea pianto mai che di sospiri
che l'aura etterna facevan tremare;
ciò avvenia di duol sanza martìri,
ch'avean le turbe, ch'eran molte e grandi,
d'infanti e di femmine e di viri.
Lo buon maestro a me: «Tu non dimandi
che spiriti son questi che tu vedi?
Or vo' che sappi, innanzi che più andi,
ch'ei non peccaro; e s'elli hanno mercedi,
non basta, perché non ebber battesmo,
ch'è porta de la fede che tu credi;
e s'e' furon dinanzi al cristianesmo,
non adorar debitamente a Dio:
e di questi cotai son io medesmo.
Per tai difetti, non per altro rio,
semo perduti, e sol di tanto offesi
che sanza speme vivemo in disio».
Gran duol mi prese al cor quando lo 'ntesi,
però che gente di molto valore
conobbi che 'n quel limbo eran sospesi.

Così andammo infino a la lumera,
parlando cose che 'l tacere è bello,
sì com' era 'l parlar colà dov' era.
Venimmo al piè d'un nobile castello,
sette volte cerchiato d'alte mura,
difeso intorno d'un bel fiumicello.
Questo passammo come terra dura;
per sette porte intrai con questi savi:
giugnemmo in prato di fresca verdura.
Genti v'eran con occhi tardi e gravi,
di grande autorità ne' lor sembianti:
parlavan rado, con voci soavi.
Traemmoci così da l'un de' canti,
in loco aperto, luminoso e alto,
sì che veder si potien tutti quanti.
Colà diritto, sovra 'l verde smalto,
mi fuor mostrati li spiriti magni,
che del vedere in me stesso m'essalto.

Poi ch'innalzai un poco più le ciglia,
vidi 'l maestro di color che sanno
seder tra filosofica famiglia.
Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
quivi vid' ïo Socrate e Platone,
che 'nnanzi a li altri più presso li stanno;
Democrito che 'l mondo a caso pone,
Dïogenès, Anassagora e Tale,
Empedoclès, Eraclito e Zenone;
e vidi il buono accoglitor del quale,
Dïascoride dico; e vidi Orfeo,
Tulïo e Lino e Seneca morale;
Euclide geomètra e Tolomeo,
Ipocràte, Avicenna e Galïeno,
Averoìs, che 'l gran comento feo.